[VS 7] Che fare?

Stiamo male, socialmente. Molto male e lo sappiamo. Non serve ripeterlo ad ogni occasione che lo stato sociale viene distrutto, che la gente non riesce letteralmente a vivere. 

Serve dare indicazioni su come fare evolvere la società affinché questa situazione così perniciosa cessi il prima possibile.

Noi, che pensiamo ad una società che non sia serva dei potenti, non abbiamo il potere di operare cambiamenti se con con il convincere la popolazione delle nostre ragioni.

E noi possiamo ben dimostrare di avere ragione, se non in modo assoluto, sicuramente meglio di chi ci governa, che, è bene specificarlo, non è solo il governo parlamentare, ma il ben più pericoloso governo degli interessi della finanza internazionale e dell’economia.

Non possiamo, per curare la nostra situazione sociale pensare a metodi che, pur solleticando la nostra voglia di giustizia, nella situazione attuale non siano utilizzabili.

Noi, non certo per nostra scelta, ma per il tipo di evoluzione che ha avuto la società, plasmata sugli interessi di chi aveva il potere di imporli, viviamo in un mondo dominato dal mercato senza regole, con una mentalità del profitto a tutti i costi che permea la società fino a distruggere addirittura quei legami tra le persone che sono indispensabili per vivere.

Fino ad alcuni decenni fa chi deteneva il potere cercava, favorendo una certa visione di comodo, di giustificare la società basata sul libero mercato cercando di dimostrare anche il suo valore etico, affermando che questa situazione è ottimale. Adesso, con la formulazione dell’economia politica ad opera di Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale, non esiste altra visione che questa, non esiste alternativa. E così questo modo di vedere, ormai assurto a scienza, è diventato lo strumento con cui affrontare la organizzazione sociale.

Il Trattato di Maastricht (1991) come precursore dell’introduzione dell’euro,  ed il “pareggio di bilancio” (finanziamento degli incrementi di spesa pubblica con uguali incrementi delle entrate fiscali), sono plasmati proprio sul pensiero politico economico contenuto nel manuale di Blanchard.

Così ci troviamo a dover accettare un libero mercato, che ha la caratteristica di drenare le risorse dai soggetti più deboli verso i più potenti, favorendo sempre più le disuguaglianze sociali. Non per nulla in questi ultimi decenni la distribuzione del reddito vede un aumento vertiginoso della quantità di ricchezza ammassata da una percentuale della popolazione sempre più ristretta, una povertà sempre più diffusa che aggredisce e distrugge la fascia dei ceti medi.

Il guaio più grosso è che questa visione “del mercato” comprende anche il mercato del lavoro. Secondo questa visione, la vita della quasi totalità delle persone dipende solo dalla presunta convenienza che il loro lavoro ha per le imprese.

Questo implica che, nella contrattazione per il lavoro, più il lavoratore è in difficoltà, più bassa sarà la sua retribuzione e più aumenterà il divario tra i ceti sociali. 

L’economia, con l’abbassarsi delle retribuzioni, si assesta su livelli di spesa sempre più separati, con l’eliminazione progressiva della produzione e del commercio dei beni e dei servizi che non siano quelli essenziali o quelli destinati alle classi abbienti. Ovvero l’economia dello schiavismo; visto che, una volta innescato, questo meccanismo esalta sempre più le differenze di ceto.

Nel meccanismo in cui ci troviamo, più che cercare di uscirne di forza e subire l’inevitabile danno di una economia autarchica che non siamo in grado di sostenere, dobbiamo innanzitutto cercare di usare il meccanismo del mercato in modo che questo sia a favore della popolazione. Si deve quindi creare un meccanismo che sia compatibile con il libero mercato impostoci e che rovesci la situazione sociale, spingendo l’equilibrio dalla economia dello schiavismo, cioè quella per cui il lavoratore deve costare il meno possibile, alla economia del benessere sociale, quella in cui assumono valore i beni ed i servizi che non sono essenziali, ma di conforto.

Il modo con cui ottenere questo è uno soltanto: sostituire, nella contrattazione, la comunità al singolo, e costruire una comunità capace di ripartire coi singoli i benefici ottenuti col mercato.

Ecco la necessità di avere imprese pubbliche, un organismo pubblico di organizzazione del lavoro, un ente di gestione pubblica degli scambi di mercato.

In che modo?

Organizzazione della pubblica impresa.

La parte centrale della socializzazione del mercato è la organizzazione della pubblica impresa.

Una impresa pubblica che funziona, e non è difficile farla funzionare, significa poter avere una fonte di introito dovuta al guadagno sulla vendita di beni e servizi, possibilità di pianificazione delle attività produttive con risparmio sulla produzione di beni e di servizi inutili, oltre che di salvaguardia della natura, risparmio sulle spese pubbliche per l’eliminazione degli intermediari, soprattutto la delinquenza organizzata.

L’ente pubblico oltretutto, rendendo più funzionali le infrastrutture permetterebbe anche la crescita di attività collaterali, e, non legata alla logica del guadagno estremo, anche la formazione di una economia non di sussistenza, ma di benessere. 

Permetterebbe inoltre, con il considerare la ricerca scientifica e tecnologica un investimento anche a lungo termine, l’impiego di personale ad alta qualificazione, contrastando la perniciosa disoccupazione intellettuale che sta caratterizzando l’Italia.

Risparmio previsto sulle spese pubbliche: 180 miliardi di euro.

Ma, a causa di una campagna mediatica mostruosa, in Italia sembra che l'Ente Pubblico non debba poter funzionare.

Far funzionare l’ente pubblico, o meglio, la gestione pubblica di produzione di beni e servizi non è affatto impossibile e soprattutto è possibile farlo in modo del tutto compatibile con l’economia mondiale attuale. E senza alcuna necessità di operare riforme legislative.

Per avere la completa funzionalità della Pubblica Impresa è necessario rovesciare la visione che di essa si ha: non più aziende controllate da emissari del potere politico, e con capitali sempre più in mano a privati, ma capitali pubblici e guida lasciata a chi ha tutto l’interesse a far funzionare, e bene, la Pubblica Impresa. Cioè la guida deve essere di coloro che presentino progetti di attività innovative, ad alto contenuto sociale, e di tornaconto per la comunità. Si deve sostituire alla politica dei finanziamenti a fondo perduto, quella della creazione di attività a capitale pubblico, di cui il proponente in cambio della propria competenza ha delle azioni, ma comperate con trattenute sullo stipendio, in modo che anche lo stipendio non sia un’attrattiva; in modo che soltanto il successo dell’azienda consenta di recuperare il prezzo delle azioni ed avere gratificazione pecuniaria. Ovviamente dovrà esistere un controllo pubblico sul tutto.

Ma affinché anche delle aziende pubbliche possano contribuire ai benefici fiscali per la società, occorre abbandonare l’idea che esse debbano servire soltanto ad erogare i servizi essenziali; questi non possono essere fonte di lucro ed inevitabilmente sono un costo per la società, devono poter essere pubbliche anche tutte quelle attività che possono presentare margini di guadagno.

(Per approfondire: www.sinassi.it/it/node/77).

Gestione pubblica della moneta.

Una collettività, per esempio lo stato, per mantenersi ha bisogno di risorse da impegnare per creare beni e servizi. E per questo deve prelevare risorse dagli afferenti alla comunità. In termini più usuali deve avere una moneta e fare pagare le tasse. È stupido pensare, come si fa adesso, che ognuno sia esattore di sé stesso con la denuncia dei redditi. Il meccanismo da usare è quello della tassazione alla fonte dei redditi, e solo dei redditi.

Questo può essere fatto solo se esiste un meccanismo pubblico di gestione degli scambi commerciali, un ente attraverso cui passino tutti i pagamenti. Su cui applicare la tassazione, senza intervento di denuncia del reddito. 

Ed oltretutto farlo è facilissimo, il problema vero è solo avere il potere di imporlo agli attori delle transazioni commerciali. Ed in Italia questo significherebbe eliminare anche la corruzione ed i traffici da delinquenza organizzata, conoscendo tutti i passaggi della distribuzione del denaro.

Cioè occorre una banca pubblica e l’uso capillare della moneta elettronica.

Una banca pubblica, già come banca, con l’introito degli interessi, con l’utilizzo delle giacenze monetarie, potrebbe finanziare parte dei servizi per la popolazione senza dover ricorrere ai prestiti presso la BCE, diminuendo quindi l’entità del debito pubblico.

Mercato del lavoro.

Ma, nonostante questo, resta da contrastare il concetto del mercato del lavoro.

Abbiamo assistito ed assistiamo continuamente a ricatti sul lavoro. Si tengono i lavoratori in condizioni di disagio e si chiede continuamente allo Stato di coprire le spese sociali (cassa integrazione e finanziamenti a fondo perduto). 

Ma soprattutto non è eticamente corretto che la vita stessa dei lavoratori debba dipendere da capricci vari: dall’evoluzione del mercato, alle mode, etc... E non è certo edificante che la vita di persone siano collegate a delle persone. 

Anche in questo caso esiste una soluzione: e come al solito di nuovo essa consiste nel sostituire la collettività alla contrattazione privata.

Quando l’attuazione dei dettami costituzionali specificati nell’articolo 4, quello per cui il lavoro è una funzione sociale a cui ogni cittadino ha diritto di partecipare, era ancora sentita dalle forze politiche, si era pensato alla funzione pubblica di collocamento al lavoro; la spinta ad una maggiore flessibilità, ovviamente interpretata dalla parte di chi gestisce il potere e non secondo le esigenze delle persone del popolo, ha ridotto al lumicino questa funzione sociale.

Occorrerebbe quindi rivedere questa funzione, potenziarla ed adattarla alla flessibilità delle esigenze del mondo economico, ma tutelando soprattutto la capacità contrattuale del lavoratore.

Si potrebbe pensare ad una pubblica società di lavoro interinale, basata però sulle esigenze dei lavoratori, in modo che non soltanto sia richiesto a chi ha bisogno di lavoro di pagare un prezzo che assicuri una dignitosa esistenza e che sia in grado di coprire anche le esigenze di previdenza sociale, ma che sia in grado anche di dare il necessario valore ad un lavoro ben svolto, retribuendo meglio coloro il cui lavoro è più apprezzato. 

Tutela dell’ambiente.

E come si risponde alle altre esigenze della vita sociale, come la tutela dell’ambiente e così via?

Prima di tutto occorre considerare che è l’azione dell’uomo che distrugge la natura e priva delle risorse le generazioni future, poi si deve anche considerare che non viene effettuata genericamente dall’uomo, ma da potenti gruppi economici, con la colpevole complicità dei governi la cui azione politica è spesso controllata attraverso la corruzione.

Ma soprattutto la distruzione delle risorse è resa possibile da visioni settoriali del mondo: l’interazione tra società ed ambiente, ma anche gli stessi meccanismi fisici ambientali, solo in rare occasioni sono considerate nella loro globalità.

Del resto il grande potere di trasformazione dell’ambiente è nelle mani di gruppi economici il cui interesse dichiarato è il profitto e non la sostenibilità.

Gli organismi politici che dovrebbero controllare e coordinare l’interazione tra società ed ambiente non sono in grado nè di capire nè tantomeno essere attori in questo ruolo, o perché essi stessi non sono altro che emanazione di quel mondo economico che è alla  base del disastro, o per ignoranza del problema nella suo complessità. Anche la diffusione delle azioni da intraprendere a salvaguardia dell’ambiente spesso è opera di gruppi di potere economico che strumentalizzano la situazione e propongono soluzioni secondo una propria visione della sostenibilità ambientale, in altre parole la soluzione alla salvaguardia dell’ambiente non è la “green economy” che invece rappresenta spesso un aggravamento della situazione globale nascondendo, perché non facente parte del suo “core business”, aspetti secondari in un certo campo, ma a volte determinanti in altri.

Quindi è ovvio che la visione puramente ecologista non ha senso, la salvaguardia dell’ambiente è il risultato di una politica corretta svolta dalla parte della popolazione, che quindi ha lo scopo di organizzare i rapporti sociali in modo duraturo e non distruttivo; al contrario di ciò che capita dando libertà di azione a gruppi economici privati il cui unico e dichiarato scopo è il loro immediato tornaconto. Non dimentichiamo che l’economia è una lotta di potere e che quindi le generazioni future non hanno peso.

In questo campo, ma non solo in questo campo, è necessario intervenire per mezzo di una struttura pubblica, con un proprio organismo di ricerca scientifica, in grado si sapere come intervenire, e con l’autorità di pianificare l’interazione tra l’economia ed i rapporti sociali con l’ambiente.

Ma non solo la salvaguardia ambientale è una diretta conseguenza del governare avendo presente le esigenze della popolazione, anche altri aspetti, ognuno singolarmente “di moda” hanno la soluzione ideale in una visione sociale globale in base alla quale il ruolo centrale dei rapporti sociali siano le esigenze umane e non il potere dell’economia di mercato.

Scuola.

Consideriamo per esempio la situazione della scuola, perno fondamentale della società perché il suo compito dovrebbe essere quello di far acquisire gli strumenti intellettivi di ausilio alla critica, cioè dovrebbe insegnare a ragionare con la propria testa, sapendo come fare per trovare e capire ciò che non si sa.

Proprio la visione di una società al servizio del mercato ha fatto in modo che essa sia invece vista come strumento di preparazione per il mondo del lavoro, così il suo ruolo cessa di essere quello di insegnare per diventare quello di selezionare (come viene spesso ripetuto).

Ma questa visione comporta il fallimento del ruolo della scuola. Nella scuola allora si è visto una specie di garanzia al posto di lavoro di prestigio e sicuro, il che ovviamente non poteva essere ed infatti non lo è stato. A quel punto, secondo quel pensiero, la scuola diventava inutile ed una perdita di tempo. Il ruolo dell’insegnante diventava, complice anche la campagna denigratoria, sempre meno importante e l’autorità della scuola e degli insegnanti sempre minore...

Sanità.

Nella gestione della sanità la parte che si deve occupare della gestione dei malati, necessariamente in perdita, è pubblica, mentre la produzione dei farmaci, fonte di lucro quasi illimitato, è lasciata totalmente ad aziende private.

Ma è proprio necessario che l’assistenza sanitaria debba essere strutturata in modo da riservare alla comunità la parte onerosa, e alle case farmaceutiche il lucro sui medicinali?

Il risparmio sui medicinali, se prodotti dalla comunità, non sarebbe utile, oltre che a diminuire le spese, a fare in modo da innescare una economia ausiliaria basata sulla ricerca scientifica?

“Insegnare” la società.

Si potrebbe continuare a fare esempi a iosa di come questa sudditanza alla economia di mercato distrugga le ragioni stesse della società.

Noi, che abbiamo una visione diversa, dobbiamo riuscire ad acquisire la facoltà di poter cambiare. E per farlo non si deve ricorrere alle contrattazioni con chi ha ha già il potere.

Dobbiamo usare il potere della popolazione, adesso sfruttato da chi quella popolazione vuole asservire.

Per riuscirci dobbiamo mettere in cantiere, comunque vadano le votazioni, una attività di insegnamento, e convincere la gente della condivisibilità delle nostre opinioni e delle soluzioni che proponiamo, non tanto per uscire dalla crisi, cosa che in un un mondo governato dal libero mercato è una condizione ricorrente, ma per il miglioramento della società, per non dover avere in un futuro, neanche troppo distante, un sistema basato sulla schiavitù.

Sergio Iovacchini

 

Credo che il "Che fare" debba

Inserito da Luigi Francia il Mar, 01/01/2013 - 16:15.

Credo che il "Che fare" debba concretizzarsi in concrete proposte di modifica degli ordinamenti vigenti innanzitutto a livello di legislazione italiana, ivi compresa quella di competenza delle Regioni Italiana, e di legislazione europea, fermi restando i vincoli derivanti dalle direttive e risoluzioni ONU e dai vigenti Trattati internazionali che coinvolgono il nostro Paese, per quanto riguardano la politica estera con particolare riferimento alla Difesa. Quel che conta non è tanto la diagnosi della situazione, su cui molti potrebbero convenire, quanto la terapia che ragionevolmente è proponibile e per la quale occorre il formarsi nella indispensabile volontà politica tramite i partiti democraticamente disciplinati ai sensi dell'art. 49 della Costituzione. Ogni altro appello a pretesi "Movimenti" è del tutto velleitario, se non pericolosamente al di fuori del nostro ordinamento costituzionale. 

Dato che hai citato l'art. 49

Inserito da Sergio Iovacchini il Mar, 01/01/2013 - 19:15.

Dato che hai citato l'art. 49 della costituzione, sul diritto alla associazione in partiti, penso che la tua critica sia diretta all'articolo "Ci cerchiamo..." in cui propongo una visione un po' diversa della democrazia, ma senza però, per adesso, nessuna intenzione di stravolgimenti, perché la situazione non è matura. Ma non mi spiaceva far notare il problema ed una possibile via di soluzione...

In "Che fare?" si tratta del modo di affrontare il "mercato", una proposta, questa attuabile senza dover cambiare nulla, all'interno degli accordi di Maastrict, all'interno dell'euro...