[VS 8] Come fare per cambiare

Quando una persona pensa di trovarsi male in una società cerca di trovare il modo di stare meglio.

Esistono qui due possibilità. O cambiare il proprio pensiero e le proprie percezioni per adattarsi alla società in cui si vive, oppure trovare il modo di cambiare la società.

Inutile far notare che la via del cambiare se stessi, ovvero dell’adattarsi alle condizioni sociali è la soluzione più facile e che dà i risultati migliori nell’immediato.

Ma questa soluzione comporta il continuo degrado delle condizioni sociali, perché spesso il malessere non è solo proprio di una persona, ma comune a molti, e spesso, per non dire sempre, è causato dalla irrazionalità dei rapporti sociali.

Adeguando sempre se stessi ai meccanismi che regolano le strutture sociali non si fa altro che peggiorare continuamente la situazione perché così facendo si decreta il successo dei meccanismi già in uso.

Quindi rifiutando di cambiare se stessi, e partendo dal presupposto che molti altri sono nelle nostre condizioni, in quali modi è possibile cambiare o stimolare il cambiamento della società nella direzione a noi più favorevole?

Le modalità per poter operare il cambiamento nella società dipendono dai metodi scelti e dalla quantità di persone aggregabili, e tutte con lo stesso obiettivo. Per avere ben presenti quali possano essere i modi per ottenere un cambiamento e quindi poter scegliere la strada da intraprendere, occorre considerare le seguenti “famiglie” di modi:

  1. Aggregazione di quantità sufficienti di persone per poter incidere a livello di movimento politico popolare, usando i metodi in uso nel posto. Per esempio il voto nei regimi democratici rappresentativi, la partecipazione nei partiti al potere, o anche la probabilità... in quanto è più probabile avere un rappresentante del potere di una mentalità comune quando questa è molto diffusa.
  2. Colpo di Stato se si dispone dell’appoggio dei militari. È la situazione che si verifica quando la struttura politica egemone non ha il potere di manovrare la popolazione secondo i propri desideri con gli usuali metodi di controllo del consenso.
  3. Rivoluzione in varie forme. È possibile quando si è nella situazione in cui una percentuale significativa della popolazione, cioè almeno un ventesimo di essa, si trova in una situazione disperata, tale da dover rischiare la vita per poterne venire fuori.
  4. Ostruzionismo, sciopero, obiezione e disobbedienza finalizzati alla paralisi delle strutture sociali. Questa è una via che è percorribile solo quando una grandissima parte della popolazione partecipa ed è disposta a sopportare una temporanea, anche lunga, situazione di disagio, anche forte. 
  5. Guerriglia contro determinate strutture, distruzione mirata di beni, volta ad impedire il normale svolgimento delle operazioni della struttura. Possibile quando chi vuole operare il cambiamento sociale è composto da un numero di persone pari a qualche centinaio per ogni 10 milioni di persone di popolazione. Occorre però riuscire ad ottenere risorse economiche non indifferenti, spesso con azioni di delinquenza comune. Cosa che aliena le simpatie della popolazione. È usata prevalentemente da gruppi finanziati da potenze straniere.
  6. Terrorismo contro le persone che costituiscono i vertici delle organizzazioni politiche. È alla portata di gruppi di un centinaio ogni 10 milioni di persone. È necessario però, come nel caso precedente, poter disporre di mezzi economici non indifferenti. Questa è la modalità usata dalla delinquenza organizzata per governare intere nazioni. Questa è la parte “bastone” del metodo “carota e bastone”, di cui la parte “carota” è costituita dalla corruzione, spesso di entità modesta rispetto alla quantità di risorse e di potere in gioco. È il metodo delle “proposte che non si possono rifiutare”: da una parte la compartecipazione agli utili, soprattutto con lo scopo di legare le perone per mezzo della correità, dall’altra parte la minaccia più o meno velata di terribili conseguenze.
    Questo metodo è molto efficace (ed è questo il caso) quando le persone delle organizzazioni politiche sono ben consapevoli che difficilmente sarà loro possibile evitare le “terribili conseguenze” nel caso rifiutassero la “proposta”. Nel caso di una azione siffatta ad opera di gruppi che desiderino una evoluzione sociale verso una organizzazione più equa per i deboli, il metodo dovrebbe essere esteso anche verso gli organismi di diffusione delle informazioni e verso le forze di polizia.

Inutile dire che ci si può occupare soltanto del metodo 1 di questa lista, l’unico ritenuto eticamente corretto.

E praticamente l’unico effettivamente percorribile se si vuole effettivamente un vero cambiamento sociale. Se il tipo di cambiamento desiderato è condiviso dalla gran parte della popolazione allora il mezzo per operare il cambiamento è servirsi delle strutture politiche ufficiali, cioè votazioni, partecipazione alle usuali strutture politiche e così via...
Gli altri metodi finirebbero per sostituire un potere ad un altro e fallire così proprio l’obiettivo che ci si pone.

A seconda del numero di coloro che condividono lo stesso desiderio si affievolisce la possibilità di coinvolgere molte persone nel progetto di cambiamento e restano soltanto le possibilità di cambiamento per mezzo della coercizione.

Ma a volte quando si ricorre a certi metodi non si può essere certi che si voglia il bene della popolazione...

Perché, dunque, ho esordito esponendo questi metodi per orientare lo sviluppo sociale?

Perché le persone che vorrebbero cambiare le strutture sociali in modo che la società possa evolvere verso una organizzazione basata sulla cooperazione invece che sulla prevaricazione sono una frazione molto ridotta della popolazione, ed occorre perciò avere una via ben chiara: non si può sprecare l’energia necessaria al cambiamento verso obiettivi che non possono portare a risultati.

Per esempio, chi capisce che certe leggi, certe azioni compiute dai governanti sono contro il bene comune si indigna ed addita questi fatti...

Si, ma chi? sempre alla ristretta cerchia dei soliti, come a sottolineare la loro bravura ad individuare queste trappole.

Ma serve a qualcosa ritrovarsi tra i soliti a dirsi inter se le solite cose?

Spesso, a fronte di difficoltà, anche gravi, si persegue il metodo principale, cioè quello di non desiderare più di cambiare il corso dell’evoluzione sociale, ma di volere invece adeguarsi ad esso... È più facile, ovvio.

E, molti nostri compagni, nei momenti di difficoltà, hanno seguito questo metodo, rifugiandosi in altre aspirazioni, pensando che se la gente non vuole non merita il proprio sacrificio etc..Ma si tradirebbe proprio l’assunto iniziale. Si vuole una società a misura d’uomo e non l’uomo a misura della società.

Non solo a rimasticarsi la rabbia tra noi porta alla disaffezione, ma la rabbia e la frustrazione provate per il continuo constatare le prevaricazioni che la popolazione sopporta, spesso porta ad azioni politiche che non solo non daranno mai il risultato sperato, perché manca il potere di incidere nelle strutture sociali, ma addirittura danneggiano le possibili azioni che potrebbero essere intraprese. Accusare, anche giustamente, figure politiche e di potere, a cui però la gente concede fiducia, non solo non porta a risultati, ma impedisce il dialogo con quelle persone ed impedisce quindi che esse possano recepire il messaggio che intendiamo trasmettere.

Non serve a nulla dire al delinquente che è un delinquente, così come non serve dire che la legge elettorale che si vuole proporre, per poter acquisire sempre più potere, è una porcata.
Noi sappiamo e dobbiamo sapere che non è indignandosi contro i gestori del potere che si ottiene qualcosa.

Al potere si può opporre solo il potere. E se vogliamo cambiare la situazione occorre prima di tutto stabilire in che modo si dovrà operare per sperare di acquisire questo potere.

L’organizzazione sociale dovrebbe essere funzionale al benessere di tutti i membri della società e non solo dei potenti.

Occorre andare alla ricerca delle modalità per poter fare in modo che la società possa evolvere avendo come scopo la razionalizzazione delle sue strutture per migliorare le condizioni di vita della popolazione. Di tutte le persone, non globalmente a detrimento di qualcuno...

La via obbligata per ottenere un risultato dipenderà essenzialmente dal numero di persone con cui si potrà condividere questo desiderio.
E dipenderà dalla attrattiva delle idee, dal modo in cui esse saranno presentate e soprattutto dalla fiducia che la gente concederà a chi propone una difficile via nuova e non sperimentata.

Il primo quesito da valutare allora diventa: può la sinistra (intesa come quel coacervo di idee politiche che vogliono una evoluzione sociale che porti al miglioramento delle condizioni di vita di tutta la popolazione) sperare di riuscire ad aggregare il consenso di almeno un terzo della popolazione per poter percorrere la via legale?

Qual’è la strada da percorrere?

Dandosi la risposta affermativa (del resto scontata anche perché non potremmo discutere di soluzioni alternative a questa), quali devono essere le modalità di approccio?

Questo è punto cruciale. Se non si trovano modi di ottenere l’adesione della quantità di popolazione necessaria, non c’è altra via, se si vuole orientare l’evoluzione sociale, che ricorrere ad uno dei sistemi che ho illustrato prima, a seconda della quantità di persone che aderirebbero al progetto...

Se guardiamo i risultati elettorali e la quantità di persone interessate ad una evoluzione della società nel senso che intendiamo, vediamo subito che i numeri non sono a nostro favore. Per cui o si trova il modo di coinvolgere la popolazione oppure non si hanno nemmeno i numeri per una rivoluzione disperata.

Ed adesso occorre entrare nel vivo del problema: quali possono essere i motivi per cui, pur proponendo una evoluzione della società verso una maggiore aderenza ai bisogni umani, il consenso popolare è così scarso?

Una prima risposta è facile: il livello culturale ed intellettivo della popolazione nel suo complesso è tale per cui le singole persone non hanno gli strumenti culturali ed intellettuali adatti a giudicare e sono vittime della suggestione operata, praticamente da sempre, dalle strutture di potere...

«Il 5% degli italiani tra i 14 e i 65 anni non è in grado di decifrare singole cifre o lettere. È praticamente analfabeta. Il 33% fatica anche a leggere frasi semplici, ma soprattutto “non può decifrare un testo scritto che riguardi fatti collettivi  di rilievo anche nella vita quotidiana. Un grafico con qualche percentuale è per loro un’icona incomprensibile”. Complessivamente oltre il 70% degli italiani si trova sotto il livello di comprensione di un testo scritto di media lunghezza» scrive il linguista Tullio De Mauro.

Questo significa che  rivolgersi direttamente alla popolazione mostrando come possa essere ottenuta una evoluzione verso una società più aderente alle esigenze umane è un vero e proprio non senso.

Bene, ma questa è una situazione risaputa, e così come operano coloro che suggestionano nel senso di favorire le strutture del potere, dovremmo riuscire ad operare noi... Che pure dovremmo avere la strada spianata...

La prima considerazione da fare per scegliere la via da seguire è chiedersi per quale motivo la popolazione si adegua alla situazione sociale in atto, molte volte ben consapevole che la situazione sociale sia disagevole e che una nuova via debba essere percorsa, specialmente quando la situazione in cui ci si viene a trovare risulta peggiorata e risulta peggiorare rispetto ad una situazione precedente? Per mancanza di fiducia.

Per suggestione sociale manca la fiducia in sé, manca soprattutto la fiducia nelle altre persone.

Praticamente dalla storia dell’umanità la società si è basata sulla predazione di risorse degli estranei. Predazione che si è attuata attraverso varie forme, dal brigantaggio alla guerra, alla tassazione, al commercio.

In tutte queste forme, le singole persone hanno partecipato più o meno direttamente, e comunque hanno assorbito una benevolenza verso esse, l’asservimento verso i meccanismi di potere che gestivano queste forme di predazione, soprattutto l’acquiescenza alle strutture gerarchiche, di cui si tende ad occupare i vertici dei vari livelli.

E, come sottoprodotto, hanno assorbito la sfiducia nelle persone sconosciute, viste spesso come nemiche ed accettate come persone soltanto dopo una adeguata esperienza che abbia dimostrato il contrario.

Del resto le strutture gerarchiche sono stabili proprio perché il potere esercitato dai vertici di un livello è superiore al potere che esercita l’intero livello su esso; e questo viene fatto evitando l’aggregazione di strutture in quel livello tali da rappresentare un pericolo per il vertice. “Divide et impera” è ben conosciuto da millenni.

Un altro e fondamentale meccanismo che frena l’aggregazione è la convinzione che la struttura gerarchica in cui si vive abbia lo scopo di una efficiente organizzazione per usare risorse esterne a proprio vantaggio. Ovvero siamo uniti contro un nemico, per difenderci o per usare a nostro vantaggio le sue risorse.

Ma se solo si andasse ad esaminare ciò che effettivamente capita ed è sempre capitato, è che la predazione si è sempre verificata da parte dei vertici a spese del livello che il vertice controlla. Anche e soprattutto quando si combatte “un nemico”.

E, argomento questo molto attuale, questo vale oltremodo nel campo delle organizzazioni politiche, in cui il beneficiario di una azione politica è sempre meno la popolazione, e sempre più la struttura di potere che governa queste organizzazioni.

Ma per adesso non stiamo analizzando i meccanismi del potere, stiamo soltanto cercando i motivi per cui si evita di organizzarci.

Come spingere le persone a pensare di cambiare? Occorre dare uno scenario delle aspettative da aggregazione e dare una speranza di successo.

E soprattutto ispirare fiducia.

Può anche essere prospettato un buon futuro ed essere credibile, ma se la struttura che propone lo scenario non ha il potere per far sperare in un successo, mostrando una aggregazione in continua crescita, non conta nulla.

La gente non ha il concetto che è proprio essa stessa che concede il potere, tanto che, per sperare di migliorare, quasi sempre si rivolge proprio al potente.

Il motivo fondamentale per cui la popolazione dà l’appoggio ai gruppi di potere, ovverosia il perché è di destra, consiste proprio nel conservatorismo: non sa giudicare il cambiamento e segue il detto “chi lascia la strada vecchia per quella nuova sa quel che lascia, ma non quel che trova”.

Seguendo dunque il primo metodo (diciamo quello del rispetto delle strutture cosiddette democratiche) e considerando come sia estremamente difficile usare la razionalità e la logica per convincere la popolazione, è evidente che è essenziale riuscire a creare con la popolazione un rapporto di fiducia. La gente sa di non avere gli strumenti culturali necessaria a valutare l’evoluzione sociale ed ha bisogno di seguire le direttive di organismi di cui fidarsi.

Ottenere la fiducia dalla popolazione.

La struttura politica che deve proporsi nel dialogo con la popolazione non potrà essere un partito politico.

In partito politico, per la sua stessa essenza un partito non opera mai per il bene sociale, ma opera solo a favore dei propri interessi.

E gli interessi di un partito finiscono, a causa di meccanismi vari, per coincidere con quelli dei vertici del partito.

Questo è ben avvertibile ed è avvertito dalla popolazione.

E, non potendo essere un partito, occorre che sia una organizzazione diversa, non totalitaria, intendendo totalitario come l’occuparsi di tutte le attività umane, a partire dal costume, dalla cultura e finendo con una determinata visione della società.

L’organizzazione politica dovrà essere variegata, e soprattutto non dovrà essere percepita come dannosa al proprio stato sociale. Questo non significa usare una struttura interclassista, ma soltanto non considerare le classi sociali in modo troppo restrittivo.

Anche perché le classi sociali non si formano per aggregazione di esigenze proprie di una determinata situazione economica, come accadeva prima che le suggestioni mediatiche fossero predominanti, ma per aggregazione su desideri. Desideri spesso nemmeno propri, ma suggeriti ed imposti dalle attuali strutture sociali.

Bisogna tenere ben conto della mentalità della popolazione se si vuole instaurare un colloquio tale da poter portare in un futuro, più o meno lontano, la gente ad aggregarsi attorno alle idee che proponiamo.

Soprattutto quella di strutturare la società in base alla cooperazione e non alla sopraffazione.

Bisogna saper rinunciare a delle minuzie pur di poter instaurare un colloquio con la popolazione.

La parte preponderante della sinistra, o almeno quella che è più caratterizzata, si professa marxista e comunista.

Ed in una società in cui un secolo di propaganda anticomunista e antimarxista hanno fatto sì che alle parole comunismo e marxismo venissero associate delle vere infamie, definirsi tali, non porta alcun vantaggio e comporta invece il rifiuto immediato al dialogo.

Per completare il quadro, invece di seguire lo spirito marxista ed abbandonare invece una terminologia che spaventa la popolazione, si fa proprio il contrario: ci si mostra teneri con la privatizzazione dei mezzi di produzione di beni e servizi, e si continua a vedere la società strutturata nelle stesse classi di fine ottocento, con la classe operaia, il proletariato...

Tanto a dimostrazione di ciò, cioè la assoluta cecità della evoluzione delle classi sociali, i veri peones tra i lavoratori sono quelli della partita IVA, senza alcun ammortizzatore sociale a loro vantaggio, non hanno neppure un sindacato che li tuteli...

Ma non è soltanto una questione di termini. Il comunismo è caratterizzato da una visione utopica del futuro e da un metodo per la sua realizzazione.

Ora la visione utopica dipende dalla cultura e dalla fantasia della singola persona, e per quanto una visione utopica possa configurare una società rispettosa delle esigenze umane, purtuttavia essa è l’imposizione del proprio pensiero al pensiero altrui, e questo viene percepito come imposizione e come prevaricazione.

Anche se l’utopia ha il grande pregio di indicare i traguardi da raggiungere, essa, qualunque sia, non può essere proposta come tale alla popolazione.

L’utopia è un sogno, ogni persona, finché vive, ha i suoi propri sogni a cui non rinuncia, ed anche quando potrebbe esserci una buona parte comune tra i sogni di una persona e l’utopia proposta, pressoché sempre, soprattutto per le persone in cui la quotidianità ha larga predominanza, quest’ultima inevitabilmente uccide i sogni personali. Ed ai propri sogni nessuno rinuncia.

Del resto in una società in cui la proprietà è la difesa delle necessità future da possibili ruberie ad opera dei governi, proporre qualcosa che venga percepito come contraria alla proprietà, viene considerato un attentato alla propria sicurezza...

Non importa se ormai più nessuno parla più di collettivizzazione o di abolizione della proprietà privata, ciò che conta è ciò che in buona o in mala fede la gente vede nei partiti di sinistra.

Si evoca così, oltre alla conflittualità sociale, lo spettro della dittatura del proletariato.

Sì, perché, per quanto Marx abbia ancora tanto da insegnare, il suo pensiero è percepito, sempre da parte della stessa popolazione che occorre portare dalla nostra parte, come un metodo di evoluzione violenta della società. Al compimento della lotta di classe c’è appunto lo spettro di questa dittatura. Concetto questo in contrapposizione anche al pensiero marxista, perché al compimento di una classe di lotta di classe, si riordinano le classi che di formano su nuovi interessi e su nuovi desideri, e si attua una nuova lotta di classe. Per esempio quella dei vertici del governo contro gli interessi della popolazione, visto che la classe dei rappresentanti della popolazione, è per forza di cose una classe con interessi e desideri ben diversi da quella di altre classi sociali.

C’è inoltre l’ingombrante presenza dell’“ipse dixit” di Marx, che impedisce l’adeguamento del pensiero marxista per poter costruire un modello sociale più aderente alle condizioni attuali e maggiormente in grado di prevedere l’evoluzione futura.

Occorre, si è detto prima, creare un tipo di organizzazione politica che non abbia le sembianze e la caratteristica del partito politico. Occorre una aggregazione su principi sociali condivisibili da tutti gli aderenti e soprattutto condivisibili dalla quasi totalità della popolazione.

Insomma occorre mettere a punto una ideologia, non basata totalmente sulla conflittualità, ma sulla reciprocità tra le persone e sulla cooperazione; che sia una traccia per l’azione politica, che sia il principale strumento di controllo per poter giudicare se le operazioni sociali da effettuare siano o meno veramente a favore della popolazione e non invece della solita parte...

Nello stabilire i principi da seguire si dovrà anche tenere conto della possibile evoluzione e transizione dalla società attuale verso una società più rispettosa di quei principi.
Tra i compiti da attribuire a questa nascente ideologia ci dovrà essere quello di smontare l’ideologia della economia politica liberista come teoria scientifica e come situazione senza alternativa.

La struttura politica proposta dovrà, nel suo piccolo, essere un esempio di come si desidera strutturare la società che si propone. Soprattutto il modello di democrazia che deve governare la struttura politica che dovrà essere proposta, deve intendere la democrazia come strumento di controllo ad opera dei partecipanti, non lo scegliere a quale persona o gruppo delegare il potere.

E quali devono i compiti e le funzioni di questa struttura politica?

Il primo e più importante ovviamente dovrà essere quello di costituire il veicolo per la diffusione dei principi su cui ricercare l’aggregazione della popolazione, quindi creazione di circoli culturali e ricreativi per illustrare la nuova visione sociale.

In questa modalità occorre creare una simbiosi con le strutture culturali e magari accademiche. Questo perché la popolazione non dispone degli strumenti autonomi di giudizio di ciò che viene proposto, ma ha bisogno di seguire un riferimento “certificato”, qualcosa di cui poter avere fiducia perché chi sa ha appunto stabilito che ciò che viene affermato è degno di fiducia.

Non dimentichiamo che il successo della politica economica liberista, pur con le sesquipedali idiozie di cui è infarcita, ha determinato una ben caratterizzata visione politica, proprio perché essa è stata fatta passare come scienza agli occhi della popolazione.

A completamento delle attività che questa struttura politica dovrebbe svolgere, c’è il mostrare come la cooperazione possa dare dei vantaggi sociali che le strutture basate sulla avidità infinita non possono dare.

Cioè alcune attività “da ente pubblico”, come esempi: attività volte ad assistere la popolazione nelle situazioni di disagio, l’assistenza legale ed il portare molti dei servizi da sindacato per l’intera popolazione, assistenza sanitaria (anche parziale), mercati di solidarietà, gruppi di acquisto e ciò che può servire per creare una economia alternativa a quella della avidità infinita.