[VS A] Importanza della ideologia

Perché è necessario avere un modello sociale di riferimento.

Mi sta a cuore intavolare con voi un discorso su un tema che purtroppo, a mio parere artatamente, è ormai diventato desueto e persino il suo nome è diventato una parolaccia: ideologia.Questa parola purtroppo evoca fanatismi: religioni di stato immodificabili, totalitarismo...

Occorre notare che “totalitarismo”, nonostante ciò che i mezzi di comunicazione di massa vogliono far apparire, non significa affatto oppressione o dittatura, ma significa solo “visione totalitaria, cioè riguardante ogni aspetto, della vita sociale” e non sarebbe poi una cosa così negativa, se non vi fosse, nelle azioni dei governi totalitari, una intromissione dello stato in tutti gli aspetti della vita individuale delle persone.

Comunque anche noi abbiamo ereditato dal passato una visione totalitaria dell’organizzazione sociale, per ragioni storiche (assolutismo e intromissione religiosa nella vita sociale), ma soprattutto per la mancanza di studio, di confronto, di dialogo sull’etica.

Credo, infatti, che qualsiasi costruzione socio-politica debba essere fondata su un’etica; è importante che questa sia condivisibile da tutti o almeno dalla quasi totalità degli appartenenti alla società.

E perché possa essere condivisibile occorre che essa sia basata sulla razionalità.

Ma non se ne può proprio fare a meno di un’etica condivisibile e di una ideologia fondata su essa?

Un esempio valga per tutto: tutti gli uomini politici dichiarano di essere democratici, ma tutti abbiamo esperienza della “democrazia” da essi praticata. Poi chi governa chiede di avere poteri sempre più ampi, con la scusa che non si può governare...

È un fatto accertato che la politica sia identificata con la gestione del potere; ma, mentre ciò poteva essere ovvio in epoche di gestione assolutistica, non si comprende perché questa mentalità, purtroppo molto comune, debba esistere adesso quando tutti proclamano che il sistema di gestione politico deve essere “democratico”.

Buona parte della popolazione si mostra acquiescente nei confronti del sistema politico; evidentemente la democrazia viene comunemente intesa, anche se non in modo esplicito, come lo “scegliersi il padrone”.

Un indizio di questa mentalità lo si trova nel fatto che viene accordato largo consenso alle persone di spettacolo, sempre più numerose nella classe politica, ed in generale alle persone che presentano di sé un’immagine accattivante; si intuisce che il pensiero più o meno esplicito dell’elettore consiste nello scegliere qualcuno che, sia pur superficialmente, si ritiene di conoscere (in realtà si è vittime di una suggestione mediatica).

Altro indizio: ai governanti “democraticamente” eletti (o così era fino a qualche tempo fa, non certo adesso, vista l’attuale, o peggio futura, legge elettorale) vengono delegati di fatto tutti gli aspetti legati alla convivenza sociale, senza più sentire l’esigenza di partecipazione e di controllo.

I mezzi di comunicazione di massa forzano continuamente questa identità (democrazia = scegliersi il padrone), permettendo così al regime “democratico” di comportarsi in un modo che neanche in un regime dittatoriale sarebbe accettato: il tenore di vita continuamente diminuisce, i servizi sociali diventano sempre più evanescenti, le libertà individuali sempre più dipendenti dagli interessi della classe politica; cresce inoltre sempre più il dislivello tra le classi dominanti ed il resto della popolazione.

Il cosiddetto “crollo dell’ideologia” è stato forse il maggior responsabile di questa situazione perché ha delegittimato la critica ed il controllo sulla coerenza tra pensiero ed operato.

La “democrazia” non è, e non deve essere, lo “scegliersi il padrone”; ma il poter operare il controllo completo sull’operato di chi inevitabilmente governa.

Ecco che, intendendo “democrazia” soprattutto come controllo sull’operato dei governanti, il primo fondamentale passo consiste proprio nel creare e diffondere un “pensiero di riferimento”. Occorre cioè essere d’accordo su determinati principi ben conosciuti, analizzabili e di cui sia noto il campo di validità, in analogia con ciò che accade in campo scientifico riguardo alle teorie basilari.

Perché soltanto con un riferimento ideologico, fondato su un’etica condivisibile da tutti, l’operato dei governanti potrà essere giudicabile.

Si potrà così giudicare fino a che punto un rappresentante segue l'idea che ha dichiarato di voler seguire, e non come adesso che,  poiché viene dichiarato che non si ha più alcun riferimento, gli uomini politici hanno come controllo soltanto la quantità del loro potere. 

Ormai adesso un uomo politico non dice più: “eleggetemi per il pensiero che cerco di seguire e di realizzare”, ma “eleggetemi perché io sono bravo”.

Beh, avete tutti ben chiaro il livello di bravura di costoro... Evidentemente mentre gli elettori sperano che “bravura” si debba intendere come capacità di organizzazione e controllo, essi intendono “bravura” come l’operato dei “bravi” di manzoniana memoria...

Senza il controllo, è molto probabile che le azioni per l’evoluzione sociale siano in realtà azioni di mera gestione del potere, e tutti sapete come sia alta questa probabilità e quali conseguenze abbiano queste azioni sulla società.

Esistono modelli di riferimento?

Non che adesso non esista un “pensiero di riferimento”, ma esso è costituito dal quell’“economia politica” che fino ad adesso ha dato i risultati catastrofici che conosciamo.

Questa “economia politica”, molto utile alle classi dominanti (non per nulla l'economia politica è specificatamente nata per giustificare l'esistenza e l'operato delle classi al potere), adesso viene fatta considerare scienza, ma di scienza non ha la caratteristica fondamentale: gli assiomi, cioè i principi di base condivisibili da tutti.

Usare come “pensiero di riferimento” quest’economia politica non è certamente una buona scelta da parte di chi ritiene che una struttura sociale debba essere basata sulla collaborazione e non sulla prevaricazione, considerando che questa economia politica di fatto contempla il diritto all’esistenza delle persone soltanto in funzione della loro utilità come strumenti di lavoro. Ed immaginate a favore di chi...

Ma tutti potete ben constatare come continuamente venga usato questo pensiero di riferimento. In base ad una delle cosiddette "leggi" che afferma che non esiste disoccupazione se non volontaria, da vari decenni i governi hanno tolto il futuro alla popolazione dei lavoratori e basata tutta l’economia sul precariato. 

Continuamente chi gestisce il potere fa riferimento a questi “principi ideologici”, e d’altro canto gli stessi rappresentati che dovrebbero difendere i diritti (e non gli interessi) della popolazione negano il ricorso ad una ideologia di riferimento basata su un’etica condivisibile da tutti ed abbracciano il pensiero di riferimento dominante. 

Il risultato è che adesso il principale rappresentante della sinistra, o di ciò  che una volta era la sinistra,  ovvero quel partito che trae il suo potere dall’appoggio di coloro che tempo fa auspicavano una migliore ridistribuzione del reddito, propugna una visione del mondo del lavoro basato sul basso costo del lavoro e sulla protezione del capitale.

Notare che basso costo del lavoro significa bassi stipendi e bassa tassazione per il datore di lavoro; ambedue situazioni fortemente dannose per la società: uno scarso introito fiscale significa scarse risorse dedicate alla previdenza, basse retribuzioni significa una società che assume come fondamento lo schiavismo, ovvero che la ragione dell’esistenza delle persone è quella di servire gli interessi dei potenti, visto che questo principio porta all’aumento a dismisura del potere di già lo esercita ed a una vita di pura sussistenza per i lavoratori, che sono la quasi totalità della popolazione...

E che, la protezione del capitale significa sottrarre risorse alla popolazione per non fare perdere di valore  al denaro, cosa che è inevitabile negli scambi commerciali (inflazione) a favore di chi detiene il capitale.  

Ma torniamo all’argomento di cui ci stiamo occupando, cioè l’importanza di avere una ideologia, come sistema di riferimento per pianificare l’evoluzione sociale.

In questo senso le indicazioni dell’economia politica sono già state abbondantemente utilizzate; chi dal liberismo trae vantaggio ha già fatto in modo, in quest’ultimo secolo e mezzo, che la società si sia istradata su quei binari che hanno determinato e determineranno una situazione sociale in cui si rafforzerà il potere economico e politico così come previsto dalla teoria.

Detta in parole povere: il liberismo ha fatto pensare le persone in modo da rafforzare il liberismo stesso. Esso funziona proprio perché si verificano le condizioni che ne sono alla base: l’assunto fondamentale di questa teoria consiste nel considerare le persone come caratterizzate da una avidità infinita e la società come caratterizzata dalla disorganizzazione, tanto che, nelle teorie economiche attuali, usando la teoria dei giochi, proprio queste 2 caratteristiche governano le strategie. Quanto più le condizioni della mentalità della popolazione si avvicinano a questi assiomi, tanto più le teorie del liberismo pronosticano un futuro più simile alla realtà sociale.

I mezzi con cui si crea e si mantiene una società favorevole al liberismo sono molto ben conosciuti.

L’avidità, senza la quale crolla tutto il castello dell’economia politica classica, è attizzata con gli stimoli pubblicitari e con la considerazione che occorra avere il necessario potere econonico per non soccombere. Questa convinzione sociale è ovviamente rafforzata dal tipo di rapporti che intercorre tra persone: in una società in cui la collaborazione reciproca tende ad essere nulla, l’avidità di possedere risorse per far fronte alle presenti e future necessità tende ad essere appunto infinita, ed inoltre questo fatto annulla anche l’organizzazione interindividuale, poichè ogni altra persona, in questo contesto sociale, è potenzialmente un nemico o almeno un competitore.

Come nei presupposti del liberismo.

Ma oltre che dal liberismo, la nostra società è anche stata plasmata dall’organizzazione gerarchica dei regimi assolutisti (modello ad organizzazione piramidale del potere); ciò comporta che, anche adesso, le risorse pubbliche continuano ad essere viste non come risorse di tutta la popolazione, ma di chi governa.

L’organizzazione piramidale del potere, traendo il suo consenso dal fatto che molte persone hanno un minimo di potere su delle altre, ha veicolato diffusamente gli atteggiamenti di esibizione dell’aver raggiunto un posto di rilevo nella scala sociale: dalla mentalità della retorica e dell’apparire, seguendo le mode, fino alla mentalità della prevaricazione (”lei non sa chi sono io”...).

Tutti presupposti per far sì che non si possa neanche pensare ad una società basata sulla collaborazione.

Purtroppo attualmente solo qualche principio religioso si oppone a questa situazione. Ma i principi religiosi sono trascendenti e quindi non condivisibili da tutti; inoltre l’essere derivanti da una verità assoluta li rende incriticabili: non sono lontani i tempi in cui delle persone venivano uccise per il loro stresso bene...

Costruire un’etica, condivisibile da tutti, basata sulla razionalità, e costruire modelli di comportamento sociale in accordo con essa, è il mezzo per poter smascherare il comportamento di coloro che esercitano il potere, e mostrare che le loro azioni sono funzionali soltanto ai loro interessi. È questo il primo passo per poter avviare la società verso un’organizzazione sempre più razionale, cioè redditizia per la popolazione in generale e non specificatamente per chi governa.

Ma non esiste il pensiero marxista come riferimento per coloro che vorrebbero una società “più giusta”?

Il modello proposto da Marx mal si adatta ad una società come la nostra; il meccanismo della lotta di classe non mi convince come mezzo per descrivere l’evoluzione sociale: il modello derivante descrive in modo conflittuale i meccanismi di evoluzione e l’applicare questo meccanismo non mi sembra che dia indicazioni di intervento “pacifico” nel governo della situazione sociale.

E, con l’idea marxista, la conflittualità è inevitabile: l’individuo da solo non ha il potere di contrastare i poteri che sono già affermati, per cui essi devono, aggregandosi in classi, opporsi con la lotta alla attuale  struttura di potere,  fino al raggiungimento di un fine comune.

Ma il motivo per cui in Marx è inevitabile questa conclusione è che non si è immessa nell’analisi il cosa, il perché ed il come si desiderino beni o servizi.

Se in ballo c’è soltanto il soddisfare i bisogni fisologici, allora il modello marxista è ineccepibile e non si può che ricadere nella lotta di classe: ci si aggrega per far rispettare il proprio diritto all’esistenza; anche la lotta armata è giustificabile ed auspicabile.

Quando entrano in gioco “bi-sogni”, cioè sogni ricorrenti stimolati dai meccanismi di persuasione, compositi, non è nè corretta come modello (perché non si mette a rischio la propria integrità fisica per qualcosa che è chiaramente superfluo), nè eticamente proponibile, la lotta di classe... 

Soprattutto non è eticamente proponibile un modello conflittuale: ciascuno vuole soddisfare la propria avidità e questo, inevitabilmente contrasta con quella di altri o con la necessità di preservare risorse, sempre “scarse” (per dirla con gli economisti classici).

Dal mio punto di vista, la conflittualità e le rivoluzioni non cambiano l’essenza dell’organizzazione sociale: ad un tipo di potere se ne sostituirebbe un altro e l’evoluzione sociale non farebbe grandi passi avanti; la società resterebbe comunque basata sull’avidità e sulla predazione delle risorse.

Oltretutto, come insegna la recente storia, nei luoghi in cui la vita umana ha davvero poco valore si preferisce fuggire individualmente piuttosto che aggregarsi e ribellarsi. Questo perché il popolo, se non “aiutato” esternamente, non ha le risorse per opporsi agli armamenti moderni: la rivoluzione sociale del secolo passato ormai tecnicamente non è più possibile. 

E per i più deboli, soprattutto per le generazioni future, che come tali non hanno la possibilità di far valere i propri diritti, non ci sarebbe nulla da fare. Se la possibilità di operare cambiamenti è superiore alla capacità della organizzazione sociale di riequilibrare il cambiamento, per costoro non c’è nulla da fare ed il disastro globale è inevitabile.

Cosa fare?

Il motivo por cui si fa ricorso a modelli concettuali è proprio quello di ottenere, per mezzo delle ipotesi, dei metodi di approccio del modello stesso, indicazioni per un eventuale sviluppo futuro; quindi proporre modelli conflittuali non è ciò che si desidera ottenere: per mezzo di essi, qualsiasi sia il punto di vista, non si riesce ad ottenere indicazioni per una organizzazione sociale corretta, equilibrata e sostenibile nel futuro.

Notare, prego, che con l’avanzare del progresso tecnologico, il potere di distruzione delle risorse diventa sempre maggiore e sempre più forte è la predazione nei confronti, se non della intera popolazione, almeno delle generazioni future. Tanto per fare un esempio: le miniere e le cave si esauriscono ed i posteri avranno le loro difficoltà a reperire i materiali...

Allora, ecco che in questo caso, i “bisogni compositi” vanno analizzati, scomposti: occorre capire da dove hanno origine, che impatto hanno con gli interessi degli altri individui... Occorre quindi creare prima una teoria, poi un modello che riesca a tener conto di questo aspetto.

Alla fine, il riuscire a proporre una teoria convincente deve passare attraverso l’analisi del pensiero degli individui e delle situazioni della vita umana. Ed è tutt’altra cosa che occuparsi di prezzi, di occupazione, di costo del lavoro etc...

Come si può contrastare questa situazione?

Se effettivamente si vuole pensare di cambiare la situazione, allora occorre seguire la via della diffusione di una cultura diversa, occorre fornire una guida razionale all’operato, cioè di fatto costruire un’etica razionale e come tale “condivisibile da tutti”.

Il definire poi cosa si debba intendere con “condivisibile da tutti”, sarà una parte importante della costruzione dell’etica che ci accingiamo a stilare. 

Vorrei far notare che con “condivisibile da tutti”, si escludono di fatto le convinzioni che si fondano sui nostri sogni e sulle nostre utopie, i sogni, come le utopie, sono diversi da persona a persona e quindi si deve evitare di proporli, dobbiamo rinunciarci. Anche se ognuno di noi è convinto che la realizzazione della propria utopia sia la condizione migliore per tutti.

Dobbiamo invece partire da considerazioni “minime”, ma che siano aggreganti, visto che la controparte si basa sulla gestione del potere, e ben poche situazioni sono più aggreganti della gestione (o spartizione) del potere.

Non è necessario, anzi occorre evitarlo, che l’etica sia fondata sui massimi sistemi, bisogna partire proprio dalle condizioni minimali; io penso che un buon punto di partenza sia proprio il considerare i bisogni fisiologici dell’uomo come animale e di usare il concetto di reciprocità come base su cui fondare il concetto di giustizia. Accettare, per esempio, già soltanto il principio del diritto all’esistenza di tutti, comporterebbe, se ben applicato, una vera rivoluzione sociale.

La speranza che nutro è che si riesca a sensibilizzare su questo argomento le persone di cultara e che esse poi fungano da traino per le forze politiche.

Dal canto mio, ho avuto ben chiaro quale sia l’effettivo interesse delle forze politiche e di singole persone su questo argomento: per me non solo se ne strafregano, ma fanno di tutto per non dare adito nemmeno alle discussioni su questo tema; l’assenza di un riferimento ideologico permette di giostrare sull’ambiguità e questo fa comodo a chi è in malafede.

 

Sergio Iovacchini