[VS C] Cura del disagio sociale (reddito da cittadinanza)

 

L’esistenza del disagio sociale deve portare alla scoperta delle ragioni più profonde possibili che lo determinano, individuate queste, occorre immaginare un intervento sulle cause che non creino ulteriori squilibri, oltre che, ovviamente, a curare il disagio che si era individuato.

Non serve quindi preparare e cercare di attuare programmi per punti, perché, senza una visione globale della cura, non si risolve ed anzi si rischia di introdurre ulteriori cause di disagio.

Prendo come esempio la questione della “rendita da diritto di cittadinanza”, ovvero il pagare uno stipendio che assicuri a coloro che si trovano senza retribuzione il diritto all’esistenza.

In questa società le “normali” persone hanno questo diritto soltanto se il loro lavoro è ritenuto utile a coloro che ne userebbero i frutti a loro beneficio.

Vi rimando, per evitare di ripetermi, all’articolo intitolato "il mercato del lavoro" su Sinassi (http://www.sinassi.it/it/node/82). 

Ma il problema vero non è il non avere lavoro, ma il fatto che il lavoro non lo si abbia proprio per la mancanza di regole del mercato del lavoro.

Per i potenti è necessario che esista un libero mercato del lavoro perché esso drena le risorse verso chi detiene il maggior potere.

Nella contrattazione per stabilire i prezzi, alla base del mercato, il vantaggio va verso chi ha il maggior potere, e poiché ciò vale per tutte le contrattazioni, il risultato di un mercato non regolamentato è l’aumento continuo del potere (o del capitale) di chi ha maggior potere (di chi ha il capitale) a scapito di tutti i livelli sottostanti, portando ad una sempre più ampia sperequazione tra le classi sociali.

Nelle contrattazioni di lavoro, l’ultimo anello della catena del mercato, chi manca anche del potere di sostentare la propria esistenza è disposto ad offrire lavoro al prezzo della pura sopravvivenza. Mentre chi ha il potere di essere il solo a poter accudire ad un compito che è giudicato importante, riesce ad ottenere buone retribuzioni. Chi inoltre è in grado soltanto di svolgere lavori che non sono ritenuti utili per i venditori, muore di fame...

Il vero problema da affrontare è proprio questo: la vita di persone viene a dipendere da una condizione legata solo ed esclusivamente a delle decisioni di potenti a cui potrebbe servire o non servire l’opera di qualcuno.

Invece, se pensassimo di procedere verso una organizzazione sociale più consona alle esigenze della popolazione dovremmo affrontare la situazione da un altro punto di vista: il lavoro è il mezzo con cui ognuno trae giovamento dalla società stessa. Il lavorare è quindi un ruolo sociale: ognuno contribuisce, col proprio lavoro al benessere proprio ed a quello collettivo. 

Il lavoro è necessario alla società, per il motivo stesso per cui si crea una società. Cioè per essere in grado di realizzare ciò che da soli non riusciamo a fare.

Il lavoro deve essere organizzato, e nella società attuale l’organizzazione del lavoro è svolta da coloro che usano il lavoro per realizzare dei beni o dei servizi da vendere, non certo per l’evoluzione sociale, e anche quando l’organizzazione del lavoro è pubblica, i metodi sono all’incirca gli stessi.

Per riuscire ad ottenere qualcosa occorre che la stessa popolazione si convinca che lo stato è una organizzazione sociale che, se le persone della popolazione fossero più lungimiranti, bisognerebbe richiedere che il lavoro sia organizzato per il benessere comune e non per il guadagno di pochi.

Ci possono essere molteplici esempi di come potrebbe essere fatto: 

 - Stato come comunità di persone e non come proprietà dei potenti e dei politici loro servi..

 - Produzione di beni e servizi per il benessere pubblico, incentrando il mondo del lavoro sulla ricerca scientifica piuttosto che sul consumo di risorse e sulla produzione di futura spazzatura.

 - Correlazione tra il lavoro impiegato ed il prezzo di vendita; nella società attuale un prodotto può benissimo avere un prezzo altissimo ed un costo insignificante. Una tale correlazione porterebbe ad una economia non del necessario per i poveri e del lusso per i ricchi, ma quella basata sulla equidistribuzione del reddito, che permetterebbe la sostenibilità dell’artigianato e la fruibilità pubblica della cultura.

 - Regolamentazione del mercato del lavoro per mezzo del collocamento pubblico al lavoro, in modo che i lavoratori non debbano essere retribuiti secondo la regola del mercato, cioè grande offerta = piccolo salario. 

 - Collocamento al lavoro secondo le peculiarità di ogni persona.

 - Retribuzione bilanciata tra utilità sociale, mole di lavoro, e sostenibilità per una vita decorosa.

Quando delle persone si trovano in grave difficoltà perché non dispongono di un reddito da lavoro, sembra naturale, in accordo col diritto di ognuno alla propria esistenza, e soprattutto con i dettami costituzionali, di proporre una rendita da cittadinanza; ma pensare alla “rendita di diritto per cittadinanza”  significa continuare a ragionare riguardo al lavoro, con la stessa logica che ha creato il disagio sociale che si vuole eliminare. 

Insomma, per dirla rozzamente, si mettono le pezze invece di ripensare al vestito. 

Volere la rendita di cittadinanza significa accettare l’organizzazione sociale attuale e fare in modo che vengano alleviate le tensioni a spese di tutta la società (quella delle persone che devono lavorare per vivere), col risultato di tacitare l’aspirazione ad una società più a misura d’uomo.

Il reddito di cittadinanza «l’aveva preconizzato Marx come cura ultima del capitalismo allo stato morente» (da Alessandro Calafiore).

Poiché il riuscire ad ottenere la rendita di cittadinanza significa riuscire ad avere un certo successo contro la usuale gestione del potere, perché allora non si canalizzano gli sforzi per andare nella direzione di creare una normativa del lavoro che tuteli effettivamente la popolazione? 

Sergio Iovacchini