[Intermezzo] Vietato Pensare

 

Racconto di Sergio Iovacchini

 

- «E spegni sta cazzo di televisivione!»

- «Oh, Serena, cazzo, ma devi proprio parlare come uno scaricatore di porto? C’è il telegiornale... Guarda che bel ministro che abbiamo...»

- «Renzo, Cristo, ti ci metti tu pure? Quella, se fosse normale, sarebbe a fine carriera... Ma possibile che una donna per farsi valere deve usare soltanto la figa?»

- «Sei invidiosa!»

- «Fabio, stronzo che non sei altro! Perché sarei invidiosa? Non ho forse anche io un bel culo, delle belle tette ed una figa come una di quelle? Ed in più ho pure un cervello...»

- «Che serve a farti fare la fame... Come a noi.»

- «Franca, Carla, ma voi non dite niente? Vi va tutto bene?»

- «Ma non t’incazzare, Serena, che tanto non ci cavi niente.»

- «Ha ragione Franca. Ad incazzarsi ci si rimette soltanto.»

- «Come, non mi ci devo incazzare? Una laurea in fisica con 110, un dottorato, e borse varie. Ed adesso a fare la fame ed a lavoricchiare a fattura facendo stupidi siti web che un ragazzetto fa prima... Il saper pensare non conta un cazzo?»

- «Beh, almeno tu sei avvantaggiata, puoi sempre portare a casa la pagnotta facendo la mignotta...»

- «Emilio, se vuoi ricevere una bottigliata in testa...»

- «Certo che le cose vanno male, è la sera di sabato e siamo tutti e sei qui. Nessuno è andato a mangiare fuori. E non so voi, ma io e Emilio stasera rimarremo a casa.»

- «Anche io e Carla stasera, tanto per cambiare rimaniamo a casa. A me non hanno rinnovato il contratto e quello di Carla sta per scadere. Non possiamo certo folleggiare. E tu e la Pasionaria, Fabio, cosa fate stasera?»

- «Indovina un po’... magari vado a studiare la pelle di Serena.»

- «E chi ti dice che io ne abbia voglia? Ho un diavolo per capello, stasera. E di capelli ne ho tanti. No, ho voglia di trovare il modo di fare soldi, mi sono proprio rotta di riuscire a mala pena a mangiare, a non riuscire a mettere su casa per conto nostro... vivere in una stanzetta...»

- «Già. Siamo qui, lo sappiamo tutti perché è qui che stavamo come studenti e poi le nostre fidanzate, voi, siete venute a stare con noi. Se no, con questi chiari di luna...»

Forse questa considerazione di Fabio colpì tutti, perché per un po’ i sei mangiarono in silenzio.

Forse ognuno di essi fu stimolato a ripensare ai progetti fatti fin dalla loro iscrizione all’università, e per tutti gli anni in cui avevano atteso il compimento degli studi.

Tutti avrebbero voluto intraprendere la carriera universitaria, tutti erano appassionati delle materie di studio.

I tre, ormai non più tanto ragazzi, si erano trovati insieme in quell’appartamento proprio perché appassionati del ragionamento. Erano stati studenti di informatica e di matematica e questa loro comune passione li aveva resi amici molto legati, tanto da decidere, un po’ per risparmiare sulle spese di affitto e sul mangiare, ma soprattutto perché sicuri di riuscire a sopportare quella convivenza forzata, di abitare tutti insieme in quel locale, che proprio perché esteso oltre il necessario per una normale famiglia, aveva un prezzo di affitto basso rispetto alla sua metratura.

Poi ognuno di loro aveva trovato la propria fidanzata e per ognuno la compagna era stata un complemento alla propria vita intellettiva.

Tutti avevano cercato di dar vita ai propri interessi culturali; ma si era giunti al limite in cui più si era colti, più difficile diventava trovare lavoro.

A nessun datore di lavoro interessava avere a disposizione una persona di grande cultura per fare lavoretti che un ragazzo un po’ sveglio riesce a fare.

«Ricerca scientifica? E cosa è? Noi non facciamo ricerca, compriamo i brevetti, paghiamo i diritti, senza avere complicazioni e senza rischiare fallimenti. I laureati li impieghiamo come venditori, ma di venditori ne abbiamo fin troppi.»

Questo era il succo delle risposte quando qualcuno, dopo aver letto i loro curriculum, per educazione, rispondeva alla richiesta di lavoro.

Così si erano impiegati, con contratti a termine, in varie agenzie di lavoro interinale, sperando che arrivasse la chiamata per il solito lavoretto che un ragazzo un po’ sveglio...

- «Qui abbiamo quasi trent’anni di età, e non riusciamo nemmeno a mettere su famiglia. Sono stufa, arcistufa. Devo trovare cosa fare.» Ruppe il silenzio Serena.

- «Ci sarebbe il crowdfunding. Adesso va tanto di moda...» ironizzò Carla.

- «E che dico: datemi i soldi che devo metter su casa?»

- «Ci vorrebbe una bella motivazione, di quelle che proprio tanta gente pagherebbe...» disse seriamente Renzo.

- «... come togliere di mezzo quei delinquenti, politicanti, mafiosi, speculatori che ci hanno ridotto alla miseria...» aggiunse Fabio.

- «Già, sai quanta gente sarebbe ben lieta di contribuire...» fece Franca.

- «Sì, ma non si può fare...» continuò Renzo.

- «E se lo facessimo? Se facciamo un sito, raccogliamo i soldi e tanti saluti?» disse Serena con uno strano tono di voce.

- «Il giorno stesso sei in galera. Così hai risolto il problema del mangiare e dell’alloggio...» ribattè Renzo.

- «Stato di merda. Paga per mantenere i delinquenti e non fa nulla per far vivere chi invece potrebbe portare maggior benessere...» disse cupamente Fabio.

- «Io saprei come fare.»  annunciò Serena.  «Sapete? Forse si può fare sul serio, si usa, per esempio Tor, un software che fa perdere traccia degli indirizzi... Sì, lo so che Tor è stato violato... Ma ci sono altre alternative... un po’ di variazioni... se ci si mette, abbiamo le competenze per fare.

A me piacerebbe veramente organizzare qualcosa che serva a cambiare un po’ questo schifo... Magari togliendo di mezzo un po’ di servi delinquenti della delinquenza organizzata...»

- «Oh beh, siamo abbastanza liberi, potremmo divertirci a vedere se si può fare... Qualcosa di innocente...» interloquì Renzo.

- «Un mio compagno di lavoro occasionale, anche lui ora quasi disoccupato, e già di una certa età, ha scritto un articolo, su come fare per cambiare, in cui descrive dei metodi. Ovviamente ciò che si dovrebbe fare politicamente. Ma ne cita anche di non ortodossi, come quello che lui chiama del bastone e della carota, che è quello che la delinquenza organizzata ed i grandi poteri usano per fare ciò che vogliono. Si tratta di spaventare e contemporaneamente compiacere quelli che fanno leggi, scrivono direttive e circolari... e poi fare delle offerte che non si possono rifiutare.» continuò Serena.

- «Ma dai, Serena, ma ti rendi conto di quello che dici? Già stiamo nella merda, non abbiamo prospettive per uscirne. E ti metti pure a sparare cazzate.» intervenne Emilio.

- «Non sono cazzate. Se non facciamo niente siamo morti, noi ed i nostri figli se ne avremo.

Adesso non si possono fare le rivoluzioni, e nemmeno gli scioperi, non abbiamo armi, il lavoro diventa sempre più un lavoro da schiavi, la retribuzione sì e no serve per poter vivere...»

Gli altri la presero in giro...

- «Visto che stasera non si combina niente, mi guardo la televisione...

... Ci fosse mai un qualcosa di interessante... Buona solo per dormire quando non hai sonno...»

Così Serena si accomiatò dalla combriccola...

- «... Il giornalista televisivo Piero Del Nonno, ben conosciuto dai nostri telespettatori per le cronache parlamentari, è stato ritrovato morto nella sua automobile, stamattina all’alba. Ignote le cause della tragedia. Un gruppo terrorista anarco-insurrezionale, dal nome “Contro il Sopruso”, rivendica l’accaduto. Le autorità giudiziarie danno poco credito alla rivendicazione...».

Il famoso giornalista televisivo Piero Del Nonno, della stirpe di quei Del Nonno, giornalisti Rai ai tempi delle fazioni democristiane, dalla fedeltà sempre ben ricompensata, quella notte stava tornando da una allegra festicciola nella villa di conoscenti.

Ma una qualche piacevole mistura, che lo aveva gratificato mentre era in compagnia, mentre tornava a casa, aveva distorto la strada e mosso gli alberi. Uno di questi, non troppo svelto a scansarsi, era finito davanti al muso della sua vettura sportiva.

Serena, che stava lavorando proprio presso l’agenzia stampa, aveva avuto modo di leggere la notizia in anteprima ed aveva spedito la e-mail di rivendicazione a tutti gli organismi di informazione che conosceva.

- «Bene, non ci credono, così hanno detto della rivendicazione, se ci avessero creduto non sarebbe trapelato nulla. Ci contavo...». Così Serena commentò con Fabio la notizia del telegiornale. «Adesso dobbiamo mettere in azione lo script che manda messaggi che segnalano il nostro sito nascosto a tutti coloro che sui vari social forum seguono certe pagine politiche.

Qualcuno andrà a vedere, per curiosità, e leggerà che raccogliamo fondi per far accadere incidenti più o meno gravi ai peggiori e più redditizi servi dei potenti. Non potendoli colpire direttamente. Poi leggerà come accedere, senza poter essere tracciati, ai nostri siti.

C’è tanta gente ormai che ha il dente avvelenato e che se potrà farlo senza pericolo, collaborerà con noi, non fosse altro che per vendicarsi.»

- «Sul sito stanno già cominciando ad arrivare le prime adesioni. Per adesso soldi nisba, ma molti si dicono disponibili a farci sapere subito di incidenti che accadano a certi individui. Visto che sono tanti, tra qualche giorno avremo di nuovo da scrivere...»

Questo era l’inizio. Si trattava di aspettare.

Il destino, o la casualità statistica, non si fece attendere: la domenica a mezzogiorno, all’uscita dalla funzione religiosa, quella ben frequentata, l’odioso, chiacchierato, cattolicissimo sindaco di un paese abruzzese, ruzzolò scendendo la lunga scalinata della chiesa più importante.

Il suo nuovissimo iPhone 5 in nero e ardesia continuava a suonare, acciaccato e col vetro rotto, un po’ di gradini più in alto...

La capriola per le scale aveva prodotto la rottura del polso e del dito medio del braccio destro.

Della testa purtroppo no. Del resto sarebbe stato ben difficile.

Ma così, finalmente, rispondendo ai saluti, la caduta era riuscita a rendere evidente ciò che veramente egli pensava dei cittadini di cui dovrebbe prendersi cura.

- «Dai, di questo fatto proprio non possiamo attribuirci il merito. Non possiamo dire che uno di noi l’ha spinto giù dalle scale. Non è morto e può smentire.» disse Fabio leggendo la segnalazione.

- «Questo sarà ciò che darà l’imprimatur», ribattè Serena, «invece qui si va proprio sul sicuro. Del resto uno nella calca, può tranquillamente credere di essere stato urtato.

Ma soprattutto nessuno di tutti coloro che sceglieremo come vittime dirà mai nulla, un banale incidente per costoro significa notorietà, essere eroe e vittima... Significa fare carriera a buon mercato.»

Così partì anche un’altra mail... E puntualmente il telegiornale pubblicò il fatto, ma stavolta senza citare la rivendicazione, con una lunga intervista, sui canali nazionali, al sindaco che affermava, che sì, non poteva esserne certo ma che gli sembrava proprio che qualcuno lo avesse spinto. Anche se proprio gli era impossibile sapere chi fosse stato. Certamente uno che non conosceva. Un forestiero, forse.» 

Senza aggiungere «venuto appositamente per buttarmi giù dalle scale», ma facendolo intuire...

Sul sito giunsero segnalazioni su giornalisti che avevano fatto più o meno carriera con la loro compiacenza verso le personalità... Tantissimi...

Così si trovò che Fabrizio Fioretti, noto giornalista di uno dei tanti giornali che suonano la grancassa del potere, proprio quella notte era stato pestato di santa ragione. La segnalazione era arrivata, da un non specificato, ovviamente, addetto alla sanità di quell’ospedale,  mentre quello era sotto i ferri per essere aggiustato.

Nella segnalazione poche righe sulla sua condotta morale; si arguiva che il tizio in questione era ben fornito di ciò che serve per vivere bene.

Sotto gli occhi dei giornalisti molto spesso passano notizie, che, a chi le sa leggere, mostrano tanti fatterelli edificanti che qualcuno nasconderebbe volentieri, ben disposto a rinunciare a qualche piccola gioia a favore di chi saprà fare sparire la notiziola.

Stavolta invece il giornalista aveva trovato uno che non aveva proprio alcuna intenzione di rinunciare.

Era il caso di sperimentare di nuovo la validità della ipotesi di Serena. Il giornalista sicuramente avrebbe preferito passare per martire della libera informazione piuttosto che far scoperchiare la pentola da cui mangiava...

Così venne spedita la mail del caso alla solita lunga lista di giornali, di tv e notiziari via web.

E la statistica lavorava... Più accadevano fatti del genere, più persone collaboravano e più fatti venivano conosciuti.

Ormai il numero delle persone “punite” dalla organizzazione “Contro il Sopruso” era tanto consistente e le motivazioni e le modalità di “punizione” tanto conosciute che ormai in molti cominciavano a pensare di essere spiati e presi di mira.

Spiati ovviamente sì, ma erano tante le categorie di persone bersaglio della punizione, che continuamente si trovavano fatterelli per alimentare questa convinzione.

E anche quando gli organismi di indagine smentivano, finivano per far convincere ancora di più della onnipresenza della organizzazione “Contro il Sopruso”.

Come quando una monumentale Mercedes nera venne trovata in un fosso, guidatore morto.

La polizia ovviamente sapeva che l’auto era uscita fuori strada per eccessiva velocità e che il guidatore era morto perché non aveva la cintura di sicurezza e l’airbag scoppiando gli aveva rotto il collo.

Ma le foto che mostravano una automobile ancora in buono stato facevano convincere tanti che c’era qualcosa dietro.

Durante il periodo del raccolto si era vista un’auto del genere, tamarra, girare per le aziende agricole. Si diceva che era di uno che piazzava lavoratori in nero.

Poiché “Contro il Sopruso”, che rivendicava il fatto, invitava a dare segnalazioni di sfruttatori, sembrava proprio che questa organizzazione avesse dato il suo supporto per la vendetta.

Ormai, diffusa la paura per gli incidenti fatti accadere dappertutto, qualcuno cominciava a temere nel fare i propri comodi.

E si era anche diffusa una certa euforia: finalmente anche i diseredati avevano un santo in paradiso...

Cominciavano ad esserci molte adesioni, anche di collaboratori disposti all’azione, e anche una certa disponibilità di denaro.

Si poteva iniziare a fare sul serio... Non soltanto sfruttare la statistica.

Una mattina tre ragazzi ed una ragazza, elegantemente vestiti, elegantemente secondo la moda dei giovani arrembanti, si mescolarono alla piccola folla di studenti che andavano ad assistere alla lezione di un economista di nome.

Di nome perché le sue prese di posizione avevano la simpatia di certi industriali a cui erano legati dei giornali del nord che spesso le riportavano sulle loro pagine.

E poiché ciò che veniva riportato era il mantra sulla diminuzione del costo del lavoro, fino a dichiarare che non esisteva un diritto al lavoro, cosa che in questa società significa che non deve esistere diritto alla vita se questa non è utile a chi ha lavoro da far compiere, si può ben immaginare come fosse simpatico costui a quei tanti che dovevano vivere stentatamente.

Questi quattro erano stati scelti tra i tanti che avevano chiesto di organizzare questa operazione.

Così, in quel momento, ripetevano mentalmente le operazioni tante volte provate e riprovate.

Avevano la sicurezza di chi conosceva perfettamente i margini di errore e sapevano che la loro azione sarebbe stata sicuramente sotto quei margini.

Erano state considerate molte e molte possibilità di variazione. Erano quasi euforici per il loro ruolo.

Si misero a sedere distribuendosi tra gli altri studenti, attendendo l’inizio della lezione.

Quando l’economista iniziò, la ragazza, molto avvenente, dal primo banco gli si avvicinò e lo inondò di spray.

Poi, quattro secondi per mettersi la maschera ed ognuno di loro trasse dalla borsa una bomboletta spray e cominciò a spruzzare di questa miscela di alcool, olio e molto peperoncino Habanero tutti i compagni vicini.

La ragazza si ritrasse subito, ed indossò la maschera...

Nessuno fece in tempo a telefonare, e nessuno poté neanche urlare, ognuno troppo preso a cercare di respirare...

In due minuti e ventisei secondi, come da prove, tutto era stato fatto... Un forte messaggio era stato lasciato: non si usa la propria autorità per giustificare un nuovo schiavismo...

Si trattava di dare un senso alla operazione...

Eh, sì... A che pro correre tutto quel rischio?

Per un po’ di peperoncino che non avrebbe lasciato traccia? Dei manifestanti abbondantemente irrorati dalla polizia di CS, di ben altra tossicità, a nessuno frega niente...

Ci voleva sangue per fare scena, magari con qualche effetto più a lungo termine... magari soltanto un bel naso rotto che si sarebbe fatto notare in seguito...

- «Adesso un po’ di sangue ed abbiamo finito», si diceva il non più tanto ragazzo che si doveva occupare del dare il senso all’operazione...

Non ne aveva voglia, non voleva fare del male ad un essere vivente, non avrebbe dovuto proporsi per questa operazione. Quasi un vecchietto... abbronzato. In primavera... La foto di costui su un barchino... sì di questo porco fottuto, su un giornale scandalistico. Sì, lui...

Subito capì perfettamente il perché di questa operazione.

Un attimo. Valanga di ricordi. Il padre “consigliere” di una piccola SpA, pagato poco in modo ufficiale e tanto con svariati benefit, licenziato al cambio della dirigenza. La sua disoccupazione, i soldi accumulati presto finiti e non più reintegrabili.

L’università abbandonata. Anche lui era stato uno studente come quelli che aveva spruzzato. Economia e Commercio, come aveva voluto suo padre.

I lunghi e continui litigi tra sua madre, abituata ad un certo tenore di vita, che rimprovera al padre di essere un fallito, di non essere in grado di trovarsi un lavoro e mantenere la famiglia.

Il suicidio di suo padre.

La fuga di sua madre.

L’abbandono della sua fidanzata.

La casa, ereditata che non si riesce a vendere e su cui si pagano tasse e tasse.

La continua ed inutile ricerca di un lavoro.

Lui a scaricare le casse al mercato per guadagnare i pochi euro per farsi un panino a pranzo e portare a casa qualche po’ di verdura e frutta raccattate tra quelle cassette da buttare. Per mangiare in modo civile almeno la sera.

In quella casa di inutile lusso.

Studiare e pensare. Non per laurearsi. Mai avrebbe avuto i soldi.

Ormai per capire.

Ricordava le lezioni di Economia Politica. Smith, Ricardo, Say...

Gente che scriveva con lo scopo di giustificare eticamente il loro potere e quello delle classi sociali dominanti.

E poi gli economisti americani dell’inizio secolo come Pigou, volto a screditare ogni forma di organizzazione sindacale come dannosa per gli stessi lavoratori.

Keynes... Da far dimenticare...

E poi Blanchard, la nuova economia, quella per cui tutto è come una sorta di grande economia aziendale.

Quella a cui non esiste alternativa.

Da studente mai egli si era chiesto che validità avessero queste teorie. Le insegnavano: erano scienza.

Ma poi, ragionando e leggendo altro, pensò che questo era fatto per mascherare il concetto stesso di moneta, che è un concetto sociale, non un concetto di misura di valore.

E questo non era certo stato fatto senza malizia, visto il prosperare della speculazione.

Quella speculazione monetaria a cui era stato sacrificato suo padre e che rende il lavoro sempre meno importante. Che affama, che spinge allo schiavismo, alla retribuzione da pura sopravvivenza.

Ed aveva capito la grande stupidità di ognuno. Lavorare, non per stare meglio, ma per regalare il mondo ad una estrema minoranza di persone. Qualche centinaio di persone che decidevano i destini della umanità, l’uno per cento delle persone che possedeva la metà del mondo, la quasi totalità delle persone a spartirsi un misero tre per cento delle risorse del pianeta.

La diffusione di certe teorie, il dare ad esse una dignità scientifica che non hanno, usando l’autorità del potere accademico per convincere la gente che tutto è giusto ed inevitabile, non era altro che vera e propria delinquenza intellettuale.

E l’azione contro il cattedratico di economia era ben giustificata. Contro questo, poi...

Gli occhi gli dolevano, le lacrime ed un nodo in gola rendevano insopportabile la maschera.

I compagni stavano andando, sferrò un calcio sul naso dell’economista e trovò anche il tempo di far fuoriuscire dalla sede alcuni pezzi di prezioso metallo e ceramica a forma di dente.

- «Sì, devo correre via, si fa tardi, ma tu, fottuto, che tu possa rimanere completamente paralizzato. E peccato che non ti potrai mai sentire come i milioni di persone che hai contribuito a rovinare.»

E con forza, un altro calcio ancora sui genitali, e poi sul collo, facendosi male al piede ed allontanandosi zoppicando.

Le porte di uscita dall’aula furono bloccate con i cavi per assicurare i motorini, furono lasciati dei volantini per terra in cui si riportava questa variante della popolare canzone della rivoluzione francese:

Ah ça ira ça ira ça ira.
Les économistes à la lanterne.
Ah ça ira ça ira ça ira.
Les économistes on les pendra.
Et quand on les aura tous pendus,
On leur fichera la pelle au cul!

con ovviamente la spiegazione di come accedere al sito per poter leggere le motivazioni.

Attraversati i corridoi vuoti i quattro raggiunsero una anonima utilitaria bianca affittata giorni addietro e si dispersero ben prima che qualcuno si accorgesse del fatto.

Ancora fu spedita la solita mail.

Stavolta era proprio Serena a non essere tanto favorevole alla operazione, non riteneva eticamente corretto maltrattare un intellettuale; Serena, scienziata, considerava l’economia una quasi scienza per via del formalismo matematico che veniva usato, per cui aveva una certa considerazione.

Ma Fabio, matematico, e con esperienza di lavoro nel campo della economia, e che aveva ben letto dei testi universitari, la aveva convinta: una certa economia politica da tempo veniva usata per convincere la popolazione che la perdita dei loro diritti di persone era un fatto scientificamente inevitabile.

- «Ma dai, Serena», le disse, «per ciò che riguarda l’aspetto formale, con la matematica si può vestire ciò che si vuole, essa serve a mostrare le equivalenze.

Quello che conta sono i principi.

E l’economia politica è pervasa di principi il cui unico scopo è la giustificazione sociale di una particolare forma di potere. Ed è nata proprio per questo scopo.

Ed i professori che divulgano questa economia politica del liberismo o sono imbecilli o sono in malafede.

La possibilità che possano essere imbecilli è elevatissima, la laurea non protegge dalla imbecillità; ho conosciuto mucchi di professori universitari di questa fatta. Quella che siano in malafede ha una probabilità persino superiore».

- «E poi, cavolo, il liberismo...», continuava Fabio, «non è necessario un grande studio per riuscire a rendersi conto che il mercato libero è una modalità di scambio che drena risorse verso chi detiene il maggior potere: nella contrattazione chi non si trova in condizioni di bisogno può contrattare fino ad ottenere le condizioni più favorevoli, chi si trova nella condizione economica più disagiata scambia anche in perdita, pur di riuscire a vendere, chi si trova all'ultimo anello, il lavoratore, pur di riuscire a vendere il proprio lavoro si deve accontentare anche della pura sussistenza.

Lo si vede bene nel campo del lavoro, dove, smantellando ogni forma di aggregazione sociale si è lasciato ogni singola persona sola contro i grandi poteri. E lo vediamo.

E poiché questo vale per ogni scambio, chi si trova in assoluto nelle condizioni più agevoli, e quindi è nella condizione di maggior potere, accumula dalla sua parte ciò a cui hanno dovuto rinunciare tutti i precedenti venditori o acquirenti.

L’economia è diventata più che una scienza, una religione del potere, gli economisti ne sono le sacre Vestali...

Un simbolo. Da colpire per indebolire».

Pochi giorni dopo, un fatto che avrebbe dato una spinta notevole alla fama di “Contro il Sopruso”.

Il vice questore Michele Dabbene, camminando lungo la staccionata di un cantiere per bonificare dall’amianto, ricevette in testa un carico di tubi di ferro per impalcatura che un manovale stava sollevando con una carrucola.

Vistolo per terra, sotto i tubi, rotolati per ogni dove, sangue, pezzi di pelle con capelli e pezzettini di colore rosa, inequivocabilmente ed irrimediabilmente morto, il manovale, buttato l’elmetto su una carriola, si mise a correre, raggiunse la bici con cui si era recato al lavoro e si dileguò...

Come si appurò subito era il solito prestatore d’opera occasionale, pagato il minimo per poter mangiare. Il classico soggetto destinato all’incidente sul lavoro. Solo che stavolta la vita ce l’aveva rimessa un uomo di potere. Si era scatenata una vera caccia all’uomo, una caccia al clandestino.

Il telegiornale riportando la notizia aveva ipotizzato un coinvolgimento di “Contro il Sopruso”, visto l’illustre vittima.

La mail spedita stavolta dichiarava la estraneità al fatto e rimarcava le condizioni di lavoro degli addetti, senza protezioni; faceva notare come in genere sono questi lavoratori, senza alcuna tutela, a rimetterci la pelle con una frequenza oltre sei volte il normale tasso di incidenti mortali.

Proprio questo dissociarsi, e questa dichiarazione, riportata stavolta da molti, provocò diverse reazioni.

La attribuzione dell’incidente data per scontata da certe fonti di informazione fece convincere molti che ormai l’organizzazione aveva ricevuto un appoggio popolare tale da poter toccare anche certi piccoli potenti.

Si cominciava a percepire la paura di essere dalla parte dei potenti.

Ormai chi aveva dovuto sopportare il sopruso del potere iniziava a percepire la Mano della Giustizia.

Arrivavano sempre più soldi, più segnalazioni, più adesioni di attivisti.

Bisognava dare corso alla strategia del bastone e della carota.

Pensare di dare qualche migliaio di euro a chi portasse alla luce fatti di soprusi.

Pensare a come riuscire a toccare un parlamentare... ad impaurire quelli.

Non tutti di quelli hanno scorte e possono essere protetti; sono tanti. E se accuratamente spaventati...

Si chiederà di votare una legge, non molto dannosa per il potere, ma redditizia per la popolazione.

Ci sarà da identificarne uno che sia di esempio, non troppo potente da avere una scorta, ma sufficientemente sporco e chiacchierato.

- «Serena, sveglia, che è ora di andare a dormire.»

- «Mannaggia a voi.

Stavo facendo ciò che desideravo:

Vincere la rivoluzione. Veramente popolare e senza stragi.

Sognare ciò che non si può fare.

Dire ciò che è vietato dire.

Pensare ciò che è vietato pensare».