[VS D] Il voto: dall’utile al meno peggio.

Ancora una votazione a breve.

Ricordo i tempi della mia gioventù: alla fine degli anni 70 il voto era l’espressione delle proprie aspirazioni sociali, era atteso con impazienza, si sperava più che di andare al potere, di vedere aumentato il proprio peso nelle decisioni politiche. 

Certamente la situazione sociale era ben lontana dall’essere ottimale: era iniziata con la strage di Piazza Fontana la guerra dei grandi poteri contro le esigenze della popolazione, l’uso del terrorismo per giustificare il ridimensionamento delle modalità di azioni politiche come le manifestazioni spontanee.

Era capillarmente diffuso il clientelismo, il voto stesso era pesantemente alterato da ricatto e da brogli.

Si sentiva però che la situazione sociale andava comunque migliorando.
I discorsi degli uomini politici di vertice mostravano l’attenzione alla società ed alla visone di uno stato come supporto sociale e non come espressione di vari poteri.
Il supporto al potere diminuiva costantemente, i monarchici si avviavano verso la scomparsa, i liberali, sostenitori del capitalismo, erano in calo.
Il concetto di guerra era universalmente rigettato, la mentalità fascista del supporto al potere, pur sempre presente, non emergeva per la generale avversione ad essa. 
Era stata nazionalizzata l’energia elettrica e questa aveva portato enormi benefici sia a livello di supporto alla produzione industriale che a livello di servizio al cittadino.

Il livello di istruzione diventava sempre maggiore ed a livello sociale, oltre alla diminuzione della mentalità gretta, che portò al rifiuto sociale del delitto d’onore, del matrimonio riparatore e simili, si faceva sentire col crescere dei servizi sociali.
La sanità pubblica era passata alla assistenza diretta, consentendo anche alle classi più disagiate le cure immediate.

Era attivo il collocamento pubblico, che permetteva una forte attenuazione della pressione del ricatto del posto di lavoro, che era visto come diritto e come strumento di evoluzione sociale più che come mezzo per mantenersi in vita.

Ci si poteva chiedere che senso avesse, in quel periodo essere socialisti o comunisti: nei discorsi con i democristiani, al nostro volere una società funzionale per tutti, ci veniva opposto il concetto che la società che essi proponevano era basata sul cristianesimo, quindi sul principio dell’amare il prossimo, che è molto piùreciprocità che noi usavamo come principio. Insomma non si trattava di volere società tanto diverse, quanto di affermare il principio di diritto ad una buona esistenza e non di dovere essere oggetto di carità.

Il delegare l’evoluzione sociale ai nostri rappresentanti ha subito mostrato quanto fossero fragili le conquiste sociali.
Il collocamento pubblico ostacolava la politica del favore che dava potere e prestigio agli esponenti dei partiti e delle organizzazioni, per questo motivo è diventato sempre meno presente, fino a scomparire.
Esso non si evolse mai verso il pagamento della prestazione d’opera ad una struttura pubblica che a sua volta retribuisse i lavoratori, separando di fatto i dipendenti pubblici da quelli privati, lasciando questi ultimi soggetti ai ricatti.

Una organizzazione tutta basata sulla rappresentatività e non sulla partecipazione ha lasciato la nostra società priva di organismi pubblici di controllo. Ogni attività veniva ad avere una organizzazione del tutto dipendente dai vertici.
Situazione ideale per fare in modo che chi ne avesse la possibilità potesse orientare l’evoluzione sociale secondo i suoi desideri.
È estremamente facile, in una società in cui manchino le strutture di controllo, far in modo che i capi facciano ciò che fa comodo.

I modi: innumerevoli. Si passa dalla eliminazione fisica (come nel caso di Mattei), al ricatto (gli archivi dei servizi segreti, ma anche archivi di società di indagini, sono costituiti prevalentemente da prove di situazioni che sono gradite che non siano conosciute), alla corruzione (in affari di miliardi di euro, molte persone sono tentate di agire in modo da poter ottenere ciò che nella loro vita non potrebbero mai avere).

Il modo però più usuale e più seguito è quello di “aiutare” ad avere la leadership coloro che hanno già una mentalità “adatta”: nei partiti e associazioni che derivano da particolari organizzazioni o addirittura da persone di potere, si designa direttamente chi si ritiene più adatto (ovviamente a fare i loro interessi) e sarà cura della informazione fare in modo che ci sia il necessario consenso popolare; nei partiti ed associazioni di larga partecipazione popolare, si sfrutta la esigua partecipazione diretta.

Nelle assemblee in cui vengono designati i membri di un “direttivo” ben raramente si supera la cinquantina di persone, chi riesce, magari pagando la tessera ed il disturbo, a raccogliere poco più di una decina di voti diventa uno dei capi; nelle riunioni di direttivo il leader avrà gli appoggi destinando i suoi fedeli ad essere membri di organismi pubblici o di fondazioni o enti che diano prestigio e magari qualche emolumento.

Non è neanche necessario essere in malafede, se una organizzazione di potere vede che qualcuno di un organismo di opposizione è meno “sfavorevole”, è facile fare in modo da “pagare il disturbo” ad un numero di persone sufficienti a farlo diventare un capo.

Così, quando col passare del tempo si è esaurita la spinta ideale alla riforma della società (in genere per la morte di coloro che avevano subito il carcere per le loro idee sociali), anche i partiti ed i sindacati sono diventati puro strumento di potere.
Questi stessi partiti ed organizzazioni popolari sono diventati strumento di quelle riforme che se fatte dalla destra avrebbero scatenato sommovimenti di piazza.

Ormai da decenni ad ogni consultazione elettorale ricorre il solito dilemma: per colpa delle leggi elettorali maggioritarie, come deve comportarsi chi è scontento della società in cui si vive, chi si rende conto della entità della disoccupazione, del continuo impoverimento della popolazione, dello svanire della speranza in un futuro migliore e chi è consapevole che persino la sopravvivenza della stessa umanità mostra non poca preoccupazione?

Serve qualcosa votare quegli stessi che portato la nostra società a perdere le caratteristiche sociali che una volta avevamo?

È una visione sociale vedere nella protezione del capitale un beneficio per la popolazione?

Non ci vuole molto a rendersi conto che la società in cui viviamo è irrazionale: dovremmo avere benefici di ben altra portata, invece non li abbiano ed i maggiori danni ce li infligge proprio la società in cui viviamo.

Votare per quella sinistra che ci ha portato in guerra, che ha distrutto l’ente pubblico, costringendo la comunità a pagare da tre a più di dieci volte il costo di servizi sociali necessari è peggio che votare per una qualunque altra formazione politica.

Anche se abbiamo da tempo leggi elettorali che impediscono alle minoranze di essere rappresentate, conviene pur sempre votare, almeno per la speranza di riuscire ad avere una antenna nelle istituzioni pubbliche.

Che formazione politica votare?

  • Quella che è ideologicamente più prossima alle proprie aspirazioni.
  • La più piccola formazione possibile: soltanto se non viene ritenuta pericolosa i grandi poteri non ne assumeranno il controllo.
  • Che rifiuti la logica del capo: meno occasioni di devianza politica.
  • Che dichiari il proprio ruolo come opposizione e non come forza di governo: perché si riscopra la cultura della opposizione, che è ciò che di gran lunga è la parte più importante del fare politica, che è lottare per far rispettare le esigenze dei più deboli e non aspettarsi regali da chi di fatto ha interessi contrari alle esigenze della popolazione.
  • Che abbia soprattutto l’obiettivo di evitare situazioni sociali che disgreghino i legami che di una moltitudine di individui fanno un popolo: un organismo in grado di offrire la massima espressione culturale, non di un singolo, ma di tutti; popolo, come collettività, che può fare politica meglio di chiunque, che può controllare ed impedire abusi, se gliene viene data la possibilità; singole persone che riescono a dare il proprio utile contributo se coordinate da una cultura sociale che indichi gli obiettivi, le motivazioni e le modalità di azioni politiche.

 

Sergio Iovacchini