Perché Sinassi?

Perché questo nome?

Il nome Sinassi deriva da σύν ἄγεῖν (σύν αγειν sün aghéin) cioè agire insieme. Sinassi è quindi la riunione in vista dell’azione. Il nome è quello delle riunioni degli antichi cristiani, quando questi erano perseguitati perché, a causa del loro pensiero sociale: “ama il prossimo tuo come te stesso”, mettevano in discussione il potere economico basato sulla schiavitù e sulla guerra.

Pensate un po’, non vi sembra che la stessa esistenza di gran parte delle persone dipenda da quanto essi siano utili al potere economico? Non vi sembra che, alla fin fine, anche questo sistema in cui viviamo sia, come quello dell’antica Roma, basato proprio sulla schiavitù?

Detto così può sembrare una boutade, con tanti significati in sospeso. Certo che il concetto di schiavitù in questione non ha nulla a che vedere con la schiavitù mostrata nei film holliwoodiani, con gli aguzzini e la coercizione al lavoro con la frusta... In realtà gli schiavi dell’antichità non erano altro che i lavoratori attuali e, nell’antica Roma, non di rado gli schiavi godevano addirittura di una pensione, che per molti lavoratori di oggi sta diventando un miraggio.

L’economia basata sulla schiavitù non è altro che l’economia il cui scopo è, come accade attualmente, porre il lavoro di gran parte della popolazione al servizio degli interessi dei potenti, in modo da avere il massimo potere con la minima spesa. Ed il fatto che agli schiavi mancasse la libertà non è certo diverso dalla situazione in cui chi lavora (adesso) è costretto a vivere per gran parte della sua vita attiva. E come per schiavi il lavorare era la ragione della loro esistenza, anche per le nostre “avanzate” società libertarie, per quasi tutti, per vivere occorre essere pagati, e si è pagati solo ed esclusivamente se il lavoro, per il quale si è retribuiti, serve acoloro che sono  in grado di retribuirlo; e poiché per la stragrande maggioranza della popolazione il lavoro serve per vivere, senza lavoro non si ha nemmeno diritto all’esistenza.

Certo che, almeno nelle nazioni più evolute esistono, ma solo nominalmente e non per tutti, dei sistemi compensativi; di fatto se non la vita, almeno il benessere di quasi tutti noi è alla mercè degli interessi di una ristrettissima cerchia di potenti.

Questa situazione è resa possibile dal fatto che il lavoro non è in effetti un diritto, come recita la nostra Costituzione, ma una concessione da parte dei potenti, il che equivale ad affermare che la vita di quasi tutti dipende dagli interessi di quei pochissimi. Ed il guaio è che il popolino è grato a chi concede il lavoro...

In Italia è evidente questa situazione, che si è andata sempre più esplicitando con il ricorso ormai diffuso a forme di contratti-capestro, che di fatto tengono i lavoratori in uno stato di continua precarietà; moltissimi lavoratori, soprattutto intellettuali, dipendono da contratti a termine, senza avere neppure il diritto ad una sovvenzione, come invece accade per chi, assunto regolarmente, perde il lavoro.

Siamo quindi proprio nell’era del neo-schiavismo: le persone hanno un peso sociale solo in base al loro rendimento, non per ciò che possono offrire alla società e per il fatto che come persone abbiano dei diritti.

Nel passato più o meno recente si era cercato di affermare, almeno in via di principio, il diritto all’esistenza; adesso questi diritti esistono sì e no sulla carta...

Adesso l’etica, cioè le regole di comportamento sociale, è forgiata non su principi di reciprocità di comportamento tra persone, ma sull’interesse dei gruppi di potere, etica che è codificata dalle teorie economiche adesso in voga: in base a questa etica le persone non sono tali, ma sono delle risorse umane, cioè puramente strumenti di lavoro per la produzione di reddito. Come tali i loro diritti non esistono, la ragione della loro stessa esistenza è nel fornire a questi gruppi motivo di guadagno di denaro (o in senso più lato di aumento del loro potere).

Occorre perciò innanzitutto riaffermare principi etici fondati su un’altra base, combattere questa situazione cercando di fornire strumenti di giudizio a larghi strati della popolazione, in modo da non permettere che il potere economico si esplichi nella sua brutalità.

Ecco quindi la ragione del nome di questo sito: si vuole specificare che si intende creare una aggregazione di pensiero che si opponga, con razionalità e con argomenti condivisibili da tutti, alla mentalità comune indotta dal potere economico.

È stato scelto come simbolo di questa comunità il nastro di Moebius: la sua particolarità è che esso non ha un interno ed un esterno, ricordandoci quindi di non considerare in modo diverso le nostre considerazioni interne, da quelle degli esterni; inoltre il nastro di Moebius, come prodotto della razionalità umana, ci servirà anche a ricordarci di ragionare secondo le regole della razionalità piuttosto che secondo la nostra emotività.

    Sergio Iovacchini