[VS 2] L’Ente Pubblico ed il pubblico lavoro

In Italia gli enti pubblici sembrano non poter funzionare.

Ma immaginiamo, magari per assurdo, che invece essi possano funzionare... Se funzionassero, i vantaggi che ne deriverebbero per la società sarebbero veramente notevoli. Ma se è così come mai quasi tutti sembrano convinti che occorra eliminare l’intervento pubblico?

Proprio l’analisi dei possibili vantaggi mostra quali potrebbero essere i motivi di questa convinzione...

Prima di causare dei fraintendimenti occorre spiegare di cosa intendo discutere. (*) Mi riferirò, usando la locuzione “ente pubblico”, ad un’entità che gestisca delle attività, sotto il controllo della collettività, per conto dello Stato o di amministrazioni pubbliche o enti di coordinamento sociale come i comuni, le regioni etc...

I requisiti importanti degli “enti pubblici” sono la “proprietà pubblica” ed il fatto che gli “enti pubblici” eroghino un servizio e producano beni utili per la comunità, ma soprattutto che i proventi delle attività, sotto forma di denaro o di servizio sociale, siano di pertinenza della comunità. In breve l’“ente pubblico” dovrebbe essere ben lontano dall’essere una struttura al servizio di chi gestisce il potere, anche se questo è ciò che comunemente si crede che sia. O, soprattutto, ciò che viene fatto credere.

In Italia gli enti pubblici sembrano non poter funzionare, o almeno questo è ciò che comunemente si crede.

Ma immaginiamo che gli enti pubblici possano funzionare; se funzionassero, quali e quanti sarebbero i vantaggi che ne deriverebbero per la società?

Inoltre ci sarebbero ulteriori, “soggettivi” benefici sociali:

                                                                                          ( ----> per approfondire, selezionare la voce che interessa)

Ho scritto “soggettivi” perché non riconosciuti dalla classe egemone. Credo che non tutti siano d’accordo nel considerarli dei benefici in quanto immediatamente evidenti, per via del martellamento mediatico a favore della visione di una società competitiva e basata sull’esercizio del potere.

Abbiamo già sperimentato negli anni passati questi vantaggi, quando il prelievo fiscale era una frazione di quello odierno, quando l’assistenza sanitaria non era vista come divoratrice del denaro pubblico da distruggere ad ogni costo, quando ancora era possibile pensare di godere della pensione...

Perchè qualche decennio fa la situazione sociale in Italia era così diversa? Perchè allora non c’era tutta quella fame di prelievo fiscale che c’è adesso?

La risposta è nel fatto che l’asse politico si è sempre più spostato a favore delle classi abbienti e delle grandi strutture di potere, sono state svendute a privati importanti strutture e si sono creati dei monopoli privati. Il voler poi, a tutti i costi, contenere l’inflazione soprattutto quella causata dall’aumento del costo del lavoro ha portato al disastro. L’introduzione dell’euro e degli accordi relativi, ha escluso la possibilità di usare l’inflazione a vantaggio pubblico: l’unica inflazione ammessa è quella generata dal pagamento degli interessi bancari. Così, al posto dell’inflazione abbiamo il debito pubblico oltre all’inflazione.

Già... Qualche decennio fa si stava meglio proprio per l’esistenza e la funzionalità dell’intervento pubblico, insieme al fatto che l’inevitabile inflazione era utilizzata, almeno parzialmente per coprire le spese per il mantenimento delle necessità sociali, come sanità e previdenza. Era ciò che rendeva la società più consona ai bisogni della popolazione; ma già allora gli enti pubblici “non funzionavano”, erano “carrozzoni” etc...

Ma allora, come capita sempre, nessuno si accorgeva di questi vantaggi, ce ne accorgiamo adesso, quando, in seguito a campagne di (s)vendita delle aziende di Stato, questi vantaggi sono venuti a cadere.

Se è vero che ci sono tutti questi vantaggi nell’utilizzo degli enti pubblici, come mai invece sono tutti a favore del “privato”?

È proprio analizzando i vantaggi che l’ente pubblico porta alla società che si chiarisce il motivo di questa convinzione. 

Perché l’ente pubblico non funziona?

Adesso, visto che dovrebbe essere chiaro come la questione “ente pubblico” non sia un aspetto secondario del vivere in una società, vediamo se è poi così “impossibile” rendere il funzionamento dell’ente pubblico soddisfacente, tanto da poterne coglierne i vantaggi.

Considerando quanto faccia comodo a coloro che gestiscono il potere economico (e di conseguenza anche quello politico) la mancanza di attività pubbliche in campo economico (ciò che lo stato non fa è fonte di opportunità di guadagno per le società private), la prima idea che mi viene in mente è: “ma è proprio vero che l’ente pubblico non funzioni o non possa funzionare”? e “chi non vuole che esista l’ente pubblico?”

Il primo nemico dell’esistenza dell’ente pubblico è la mentalità (comune sia alla popolazione, che ai gruppi di potere) che l’ente pubblico sia di proprietà di chi gestisce il potere.

Ci sono le condizioni che favoriscono molte disfunzioni: la dirigenza viene imposta dal potere politico in base a criteri che nulla hanno a che vedere con la preparazione necessaria per la gestione dell’ente; i loro stipendi sono principeschi e la loro responsabilizzazione è nulla. La legislazione relativa all’ente pubblico non prevede nessun premio per chi si dà da fare, in compenso favorisce la deresponsabilizzazione non considerando l’inanità come dannosa, ma censurando iniziative non approvate...
 
Gli uomini politici di potere hanno sempre considerato l’ente pubblico res nullius, un mezzo per poter sistemare, a spese della società, amici e fedeli sostenitori.

Il primo attacco è venuto proprio per questo motivo: i partiti politici hanno messo a capo degli enti pubblici delle persone il cui unico pregio era l’appartenere allo stesso gruppo di potere che ne ha attuato la designazione. Senza alcun riguardo per il bene pubblico, costoro hanno gonfiato a dismisura la loro retribuzione, ma non solo c’è stato, e c’è tuttora, l’uso dell’ente pubblico come mezzo per arricchire gli amici dei potenti, esso è stato usato intensivamente per infarcire a tutti i livelli la struttura pubblica di impiegati assunti perchè facenti parte del gruppo di potere. Abbiamo assistito al fenomeno delle raccomandazioni, all’assunzione di miriadi di persone, che non solo spesso erano incompetenti, ma che hanno anche impedito alla società di godere dei vantaggi del lavoro di persone capaci e responsabili.
La mentalità che tutto ciò che è pubblico appartenga a chi governa, ha fatto sì che nessun gruppo si sia veramente opposto a questa situazione, anzi  anche le opposizioni si sono immediatamente adeguate.

Ma nonostante ci fossero tutti i presupposti per un risultato fallimentare dell’ente pubblico, purtuttavia globalmente la cosa funzionava. Secondo la mia esperienza, c’era sì e no un 20-30% di inefficienza dei servizi pubblici rispetto ai corrispondenti privati, ma abbondantemente sufficiente a dare un risultato globalmente positivo sulla spesa pubblica.

Si è fatto di tutto per screditare l’ente pubblico e smantellarlo. Si è detto e scritto di inefficienze allucinanti, ma inesistenti. Mai la stampa si è occupata della dirigenza dell’ente pubblico, in compenso abbiamo letto e riletto di impiegati che andavano a fare la spesa in orario di lavoro e di fatterelli di questo genere, del tutto insignificanti sia statisticamente che dal punto di vista dell’efficienza globale; e soprattutto nessuno ha pensato di far notare che se degli impiegati non erano presenti in orario di lavoro questo era dovuto o al fatto che non avevano del lavoro da svolgere, oppure che era inesistente il controllo sul lavoro. In ambedue i casi la responsabilità non era di chi si assentava, ma di chi non era in grado di pianificare il lavoro o non voleva controllare. Poteva essere dovuto a mancanza di regolamentazione? Assolutamente no, il pubblico dipendente ha degli obblighi ed è sottoponibile a sanzioni anche severe. E se anche questo fosse stato il motivo, sarebbe bastata una regolamentazione adatta. 

Erano, è ovvio, solo campagne denigratorie per non avere troppa resistenza operandone lo smantellamento. 

Cosa ha causato allora, a monte, l’inversione della tendenza dall’avere un ente pubblico, al suo smantellamento? Il passaggio da una economia sociale ad una economia del capitale.

Quando infatti l’ente pubblico opera nel campo dei servizi sociali, ovvero in tutti quei campi in cui non ci può essere utile, la spesa per il mantenimento del servizio sociale è coperta dalla tasse e dall’inflazione.

Ma l’inflazione è, per le classi abbienti, l’equivalente di tassa sul capitale, quindi va assolutamente evitata, soprattutto quando essa è causata dall’esistenza di servizi per esse inutili. Chi detiene il potere non ha alcun interesse nella previdenza sociale, anzi il suo interesse è che questa sia abolita. Cosa che di fatto si sta verificando. Anche la spesa per la sanità rientra negli stessi canoni.

Adesso che la gestione del denaro è in mano alle banche, ovviamente queste difendono il valore del capitale, l’inflazione è deleteria. Ma esiste anche l’inflazione generata dalla produzione di moneta per coprire il tasso di interesse che le banche praticano ai loro “clienti”; questo è inevitabile e, quando non coperta da una crescita economica che ne minimizzi la portata, è dannosa persino per le banche stesse, che finiscono per ritrovarsi a corto di moneta. Dal punto di vista di chi gestisce il potere finanziario, la difesa del valore del denaro va fatta proprio operando sui tagli alle spese sociali e coprendo la continua perdita di valore del denaro con la tassazione ed ovviamente non con la tassazione sul capitale perché questo sarebbe equivalente ad una perdita di valore del denaro.

Non voglio affermare che ci sia un complotto per distruggere l’ente pubblico; almeno non inizialmente, in questo caso però vale la constatazione che nessuno, se trova una situazione favorevole ai suoi interessi si dà da fare perché la situazione venga cambiata.

Il tutto era già istradato in questo senso, ed è bastata solo qualche spintarella per completare l’opera. Del resto in una economia che propone un modello di comportamento ad “avidità infinita”, non solo occorre eliminare i competitori, ma non si ha alcuna remora nel distruggere l’impianto sociale. Riguardo ad “avidità infinita”, questa, più che caratterizzare le persone, è il risultato della visione, esclusivamente orientata al profitto, che è connaturata alle aziende e che globalmente detengono la quasi totalità del potere economico.

Ma almeno la “privatizzazione” ha dato qualche risultato utile in termini di maggiore efficienza del servizio? Da quel che mi risulta, mai.
In compenso si è passati da una inefficienza globale di un 20-30%, all’inefficienza, sempre globale, di un costo dell’opera da 5 a 10 volte il costo che la medesima opera avrebbe avuto se fosse stata compiuta correttamente.

Dalle ultime stime in questo senso, la società italiana sperpera per le inefficienze sociali dovute alla privatizzazione una cifra dell’ordine di 180 miliardi di euro all’anno.

Per esempio, chi usava il servizio ferroviario prima della privatizzazione ne sa qualcosa. E ne sanno qualcosa anche coloro i cui servizi quali energia elettrica, acqua e gas sono adesso forniti da aziende private. E tra poco ne sapranno qualcosa coloro che saranno costretti a ricorrere ad un servizio sanitario privato...

Dov’è il guadagno? Solo per le casse di quegli enti che si sono sostituiti all’ente pubblico.

Come rendere l’ente pubblico perfettamente funzionante?

Una prima considerazione è necessaria: molte volte il servizio pubblico funziona e funziona egregiamente; ma di questo aspetto, di cui ho sperimentato direttamente la veridicità, non si parla: per tutti l’ente pubblico è fonte di spreco ed è inutile.

Far funzionare l’ente pubblico, o meglio, la gestione pubblica di produzione di beni e servizi non è affatto impossibile e soprattutto è possibile farlo in modo del tutto compatibile con l’economia mondiale attuale. E senza alcuna necessità di operare riforme legislative.

La prima delle ragioni per cui l’ente pubblico non funziona è la mancanza di iniziativa. Le aziende private vengono create proprio sulla spinta di idee derivanti dalle competenze dei fondatori, che credono nelle loro idee tanto da rischiare i capitali in essa investiti; nell’ente pubblico, al contrario è difficile portare avanti delle idee.

La seconda ragione è la speranza di una migliore sistemazione economica, ed anche qui, nell’ente pubblico la retribuzione è del tutto indipendente dalla funzionalità... Inoltre nelle aziende private viene premiata o punita la redditività dei lavoratori, nell’ente pubblico non solo la retribuzione è slegata dalla qualità del lavoro, ma addirittura chi ha iniziative e le porta avanti spesso viene sanzionato perché va a distruggere dei delicati meccanismi di micropotere... La deresponsabilizzazione dei dirigenti è arrivata al punto tale che essi, pur di non assumersi responsabilità, non di rado preferiscono affidare incarichi ad esterni piuttosto che utilizzare le risorse interne, con evidente spreco di risorse pubbliche.

SpA, controllo e responsabilizzazione.

In tre parole ecco la ricetta per consentire alla comunità di trarre vantaggio dalla pubblica attività econonomica e sociale.

Il meccanismo con cui attuare questa strategia consiste nel considerare come cofondatrici di una nuova azienda pubblica quelle aziende, che ritengano di poter offrire beni o servizi attraenti per la comunità per le innovazioni contenute nei prodotti: lo stato finanzierebbe l’azienda acquistandone le azioni; parte di queste sarebbero di spettanza dei fondatori e dei dirigenti, ma anche di chi intende, col proprio lavoro, contribuire al benessere aziendale e goderne i frutti.

Come contropartita gli stipendi degli azionisti, siano essi dirigenti o normali lavoratori, sarebbero stabiliti ad un livello molto basso, ovvero l’acquisto di azioni (o stock options) avverrebbe utilizzando la retribuzione stessa. Tra i benefici per le aziende coinvolte ci sarebbe il poter operare con relativa tranquillità, al riparo dall’invadenza di grandi gruppi; mentre i dirigenti sarebbero motivati non dallo stipendio in sé, di origine molto basso, ma dalla funzionalità dell’azienda, che, dando valore alle azioni, ne aumenterebbe la retribuzione.

Il principale metodo per costituire aziende pubbliche consisterebbe nello scegliere dei gruppi dirigenti sulla base della presentazione di progetti sulle finalità da raggiungere. Un gruppo di valutazione, costituito da persone che facciano parte di organismi accademici, estratti a sorte, valuterebbe le varie proposte. 

Si premierebbe l’inventiva e l’innovazione attraverso la scelta di progetti presentati, e la volontà di pervenire a risultati utili attraverso la fruibilità delle azioni che acquisterebbero un valore positivo solo a fronte del raggiungimento di determinati obiettivi.

Per ciò che riguarda il controllo, lo statuto di costituzione di queste aziende pubbliche deve prevedere una finalità socialmente utile (anche il far incassare allo Stato degli utili è da ritenersi socialmente utile), in esso deve esistere un organismo di censura composto da forze sociali trasversali, come enti preposti allo studio (università ed enti di ricerca) ed associazioni senza scopo di lucro che analizzi e giudichi sia i progetti costitutivi della società che la normale gestione.

Ma perché anche delle aziende pubbliche, come quelle che ho prospettato, possano funzionare e contribuire ai benefici che l’ente pubblico ha sulla società, occorre abbandonare l’idea che l’ente pubblico debba servire soltanto ad erogare i servizi essenziali.

I servizi essenziali per la società non possono essere fonte di lucro, e quindi questo porta inevitabilmente al fatto che l’ente pubblico lavori in perdita.

Nella situazione attuale è facile addossare colpe di inefficienza all’ente pubblico già esistente e di come esso prosciughi le casse dello stato: ad esso vengono assegnate le attività in perdita mentre ai privati sono riservate le attività lucrative. Il solito esempio: la gestione della sanità; la parte che si deve occupare della gestione dei malati, necessariamente in perdita, è pubblica, mentre la produzione dei farmaci, fonte di lucro quasi illimitato, è lasciata totalmente ad aziende private.

Infine, attenzione a non mitizzare l’efficienza. Esso è un metro di giudizio per le macchine o per gli schiavi... La società non ha molto da guadagnare sull’efficientismo; non dimentichiamo che, essendo noi quasi tutti lavoratori, l’efficientismo si compie sulla nostra pelle.

Occorre usare invece l’istituzione di enti pubblici funzionanti per avere la possibilità di abolire i grandi monopoli privati, dare la possibilità di esercitare la concorrenza, permettere la transiszione da una società basata sulle basse retribuzioni (industria - operai) ad una invece basata sugli alti redditi (artigianato, ricerca scientifica, servizi).

Soprattutto occorre costituire un ente pubblico come fornitore di una struttura di coordinamento su cui innestare la ricerca scientifica e tecnologica e la realizzazione di prodotti di avanguardia da esse direttamente derivati.
 
Tra le conseguenze di un ente pubblico che funzioni c’è anche la visione dello stato da parte dei cittadini: lo stato non verrebbe più percepito come ente traente le tasse ed erogante il nulla, come adesso, ma come comunione degli individui della società, con l’incarico di produrre servizi e beni.

Aiuterebbe questa visione il fatto che così lo stato avrebbe la possibilità di drenare denaro per mezzo della produzione di beni ed (un po’ meno) per mezzo di servizi e non per mezzo di odiose e dannose tasse.

Sergio Iovacchini

Riporto qui i commenti di

Inserito da sysadmin il Dom, 08/01/2012 - 16:09.

Riporto qui i commenti di Antonio Sorrentini, non iscritto, ricevuti via Facebook: una critica ben articolata, per cui prima di rispondere punto per punto, devo fare una premessa generale: non posso affermare, e non è mia intenzione, che l'Ente Pubblico sia la panacea di tutti i mali, a partire dalla corruzione, l'affermazione invece va vista come: la sua esistenza e la sua funzionalità toglie ai potenti qualche altra occasione di malgoverno. Ecco le critiche:

No, non sono d'accordo col tuo discorso.

Premetto che l'idea in sé non è sbagliata, in un mondo ideale sarei assolutamente d'accordo con te, ma nella realtà delle cose e di come è fatto l'essere umano e il suo modo di gestire le cose pubbliche, e non solo in questo paese, ciò che tu proponi non mi sembra buono.

Vediamo i punti uno a uno. 

1) la corruzione. È un dato di fatto, in Italia forse o forse no più che altrove, ma è così un po' ovunque: qualsiasi cosa sia “ente pubblico” diventa in realtà ben presto ”ente privato” dell'élite al potere. Non è solo questione di sistemare, a spese dello stato, amici, parenti e amici degli amici. Peggiore è forse l'altro aspetto, e cioè il controllo totale da parte dello stato che magari è lui, nelle persone dei suoi governanti, per primo interessato a certe cose.

L'esempio lampante è quello della Rai, ridotta allo schifo che è da una persona che ha tutti gli interessi che questa affondi sempre più, per dare più spazio alle sue aziende private.

Ho già modificato l'articolo: ho specificato che uno dei motivi per cui l'ente pubblico non funziona è proprio per in concetto che esso è di proprietà dei potenti, ovvero dei governanti e di coloro che sono di supporto ai governanti. Su questo aspetto sono del tutto d'accordo e non ci vedo nulla che invalidi il discorso generale. 

2) Monopolio. Non ne parli esplicitamente e non ho capito se intendi che questi enti pubblici debbano operare in regime di monopolio oppure no. Ma in ogni caso se sei favorevole al monopolio, io sono molto contrario e basterebbe qualche esempio di chi è stato costretto a lavorare nel settore telefonia quando esisteva la vecchia Sip per convincerti, sono sicuro. Se invece sei contro il monopolio torniamo al punto di prima, le lobby degli enti privati concorrenti riuscirebbero comunque a rendere l'ente pubblico non concorrenziale, laddove non riuscissero direttamente a occupare le poltrone del potere, come purtroppo succede oggi in Italia.

Non ho ritenuto necessario specificare. Certo è che i cosiddetti "monopoli naturali" (http://it.wikipedia.org/wiki/Monopolio_naturale#Monopoli_naturali) non possono essere lasciati in mano ai privati. Per il resto ritengo che la competizione non possa che giovare al corretto funzionamento del tutto. Inoltre mi sembra chiaro che nell'articolo si ponga soprattutto l'accento sull'innovazione, da cui invece l'ente pubblico, attualmente, è escluso.

3) Il profitto. Non è vero che l'ente pubblico può avere di per sé un rapporto migliore con i profitti o un modo di operare più mirato all'umanità invece che all'efficienza a tutti i costi. Quella che proponi tu è infatti una metodologia per approcciare il profitto, ma non è certo un'esclusiva degli enti pubblici. Ci sono eclatanti esempi del passato in cui privati hanno fatto cose grandiose in questo senso. Mi viene in mente Adriano Olivetti, detto l'Imprenditore Rosso, che ha fatto in pochi anni dell'Olivetti l'azienda prima al mondo nel suo campo per profitti, ma la cosa interessante è che ci riuscì creando il Movimento Comunità per gli operai, col quale metteva sempre al primo posto l'uomo e la qualità della vita degli operai, favorendo il tempo libero di questi, promuovendo quanto più possibile la loro crescita culturale volta a una sintesi creativa tra cultura tecnico-scientifica e cultura umanistica.

E poi mi vengono in mente, purtroppo, anche esempi contrari di enti pubblici che hanno fatto l'esatto opposto. Tanti, tanti anni fa un mio amico che lavorava in autostrade per esempio mi descriveva per filo e per segno quelli erano i criteri con cui si decideva dove fare manutenzione: finché in una data tratta non si arrivava a tot morti al mese non c'era verso di fare manutenzione. Perciò, bello quello che dici, ma che c'entra se l'ente è pubblico o privato?

È una questione che esula dalla volontà di singole persone. Anche se ci sono stati esempi di condotta esemplare da parte di imprenditori privati, non vedo come questo sia generalizzabile: in un consiglio di amministrazione, se un consigliere facesse presente le necessità della popolazione, e se queste non fossero in accordo con le esigenze economiche dell'azienda, la risposta al consigliere sarebbe immediata: "non sta a noi occuparci di ciò che non è nostro compito". Inoltre uno dei punti fondamentali su cui ho posto l'attenzione è il "controllo". Nell'azienda privata l'unico controllo possibile è quello di chi ha la maggioranza delle azioni, chi è esterno non ha voce in capitolo, ergo una azienda privata fa ciò che ritiene opportuno fare e soltanto se viola le leggi è possibile intervenire. 

4) la sicurezza. Non conta se un ente pubblico lavora in stato di monopolio oppure no, ma finché è per legge l'unico responsabile di un servizio pubblico nasce automaticamente un grave problema di sicurezza.

L'idea che basti che un ente sia pubblico che automaticamente sia anche infallibile non ha nessun senso. Vero, certo, che si può sempre imporre che non fallisca, ma a che costo? L'abbiamo visto con Alitalia. E il problema diventa peggiore di diversi ordini di grandezza quando l'ente pubblico si occupa di servizi vitali, perché se lui è per legge l'unico davvero costretto a garantire quei servizi allora davvero non ci si può più permettere di farlo fallire, e allora è inevitabile che il rischio di un gorgo infinito di perdite su perdite diventi inarrestabile.

Non è questione di corruzione in questo caso, cioè intendo, anche tralasciando la corruzione può succedere che errori vengano fatti in buona fede. La scienza, la tecnologia, la concorrenza, tutto è molto dinamico e sempre più veloce, non è così difficile come sembra operare a volte scelte sbagliate e arrivare al fallimento. In un mondo economicamente sano il fallimento onesto, cioè non la bancarotta fraudolenta, o per falso in bilancio o documenti taroccati, ecc..., non deve essere un trauma, tutt'altro, senza fallimenti non c'è mai evoluzione. Un esempio pratico: oggi si scopre che con l'apparecchio X si smaltiscono i rifiuti in un modo ottimale e con i minimi danni ambientali possibili, ma purtroppo l'apparecchio X costa moltissimo e il ritorno ci sarà solo fra 20 anni. Bene, l'ente pubblico fa lo sforzo e compra tutti gli apparecchi X che servono, tutti felici, tutti contenti, s'è speso tanto, ma siamo a posto. Poi però 5 anni dopo un genio inventa l'apparecchio Y, è mille volte più efficiente, più economico e a zero impatto ambientale. Cosa succede? Succede che l'ente pubblico non ha più i soldi per comprare questo nuovo apparecchio. La cosa più razionale sarebbe farlo fallire e fare una società ex-novo che parta da zero direttamente con i nuovi apparecchi. Per i dipendenti non ci sarebbero problemi, quelli licenziati da una parte vengono assunti da un'altra, per esempio questo è successo in quasi tutti i paesi in cui si sono privatizzate le telecomunicazioni, all'inizio ci furono grosse riduzioni d'organico tra gli enti prima pubblici, ma dopo pochissimi anni nel settore lavoravano 10 volte più persone di quante ne lavoravano prima negli enti pubblici. Ora il problema qual è con l'ente pubblico? È  esattamente quello, che non può fallire. E non potendo fallire non può comprare i nuovi apparecchi Y (tornando al mio esempio) perché non fallendo è ancora costretta a pagare gli apparecchi X ai fornitori per gli altri 15 anni che rimangono e quindi non ha altri soldi per comprare quelli Y a meno che non si voglia sforare in costi assolutamente stratosferici e fuori controllo. Questo è esattamente quanto successo con Alitalia: per volerla salvare a tutti i costi  abbiamo una compagnia aerea ridicola con le macchine tra le più vecchie che si possa immaginare, pochissime tratte e qualità ridicola dei servizi. Se fosse semplicemente fallita, ne sarebbe nata un'altra che avrebbe impostato il suo business come le low-cost, compagnie aere incredibili per qualità e sicurezza. Certo il panino a bordo te lo devi pagare, ma i furbi se lo portano da casa, e in cambio viaggiano su macchine nuove, fantascientifiche con un'anzianità media di tre anni, e prezzi così incredibili che per andare a Londra spendi meno che per andare in treno da Milano a Roma.

Ci sono delle situazioni per cui anche operando nel migliore dei modi si sbaglia. Questo però non è la normalità. Non ci sarebbe alcun problema se tutto andasse come dovrebbe. Non vedo poi nulla che vanifichi ciò che ho presentato alla vostra attenzione.

Antonio ha poi aggiunto:

Quindi no, io non sono d'accordo, l'ente pubblico è una tragedia.

Quello che penso io è che la soluzione è privatizzare quanto più possibile puntando però al contempo su tre fattori assolutamente importanti: 

a) differenziazione, ossia laddove si parla di servizi importanti deve essere imposto per legge che vi siano molti operatori, non mai assolutamente il monopolio privato, ma neanche duopolio, devono essere quanti più possibile. I backup servono, l'infallibilità non esiste, anzi la fallibilità è una manna dal cielo, spesso è l'unica alleata dell'evoluzione. 

b) leggi, leggi, leggi. I servizi importanti devono essere regolamentati in modo rigido mettendo al primo posto la sicurezza del cittadino e l'efficacia (più che l'efficienza) dei servizi stessi. 

c) rispetto delle leggi. Una legge che non viene fatta rispettare è mille volte peggio di una legge che non esiste proprio. Almeno se la legge non esiste uno si regola di conseguenza, ma se invece la legge esiste e però non viene fatta rispettare, si fa un danno incredibile a chi invece la rispetta a tutto vantaggio di quelli che invece non la rispettano. Si crea una concorrenza così sleale che diviene di fatto impossibile fare qualsiasi progresso. E purtroppo qui devo dire che l'Italia è veramente messa molto male rispetto a tanti altri paesi. In USA ci sono tanti altri gravissimi problemi (spesso molto diversi dai nostri), ma di una cosa puoi essere sicuro negli stati uniti: Bernard Madoff sta in carcere, quello vero con tante sbarre di ferro fisico, reale, e puoi stare sicuro che lì rimarrà per tanti, tanti, tanti anni. Qui da noi un pezzo di merda che ha distrutto la vita di migliaia di persone di nome Tanzi ancora passa le sue estati su uno yacht da cinquanta milioni di euro e sverna in un sontuosa podere dagli ettari incalcolabili. Questa è una tragedia tremenda, potrei scrivere un libro solo su questo argomento. Non mi riferisco all'ingiustizia di una cosa simile (che è ovvio che pure ingiusto è) ma proprio agli aspetti pratici, all'incredibile danno che si porta al paese: se chi delinque non viene fermato concretamente il delinquere stesso si moltiplicherà più di qualsiasi altra cosa, alla fine si arriva alla paralisi del paese. 

Infine due piccole precisazioni:

1) Anche il mio è un discorso teorico. Ovvio che se uno oggi mi dice privatizziamo l'acqua io sono non contrario, ma contrarissimo. Per me la privatizzazione andrebbe spinta in modo massivo ma solo ed esclusivamente dopo che si fosse raggiunto un livello di alta affidabilità sui punti a), b) e c).

2) In Italia, ma in Europa in genere, è una tragedia troppo grande fallire per gli onesti, ed è una passeggiata in discesa per i disonesti. Questo non va bene. In Italia non è neanche riconosciuto il fallimento personale. Se una persona onesta sbaglia è fottuta per tutta la vita perché per legge non può fallire, ossia gli rimangono debiti per tutta la vita, in sostanza è uguale a ucciderlo. Per chi è disonesto invece la cosa è molto più facile, perché lui semplicemente intesta tutto quello che ha ai parenti e campa da nababbo come prima. Di nuovo questo è un grave problema perché frena moltissimo lo sviluppo di ipotetiche imprese. In paesi più furbi (sotto questo punto di vista) la distinzione tra chi fallisce in modo totalmente onesto e chi lo fa per truffare è molto netta, e chi lo fa per truffare è punito in modo molto severo. Guarda caso in quei paesi se vai a vedere chi sono gli uomini che hanno creato più lavoro, mosso di più l'economia e creato più valore, 9 volte su dieci si scopre che sono persone che all'inizio hanno fallito almeno un paio di volte (in modo onesto ovviamente). Qui da noi in sostanza è come se li uccidessimo, se sono onesti, lì da loro gli danno la possibilità di imparare.

 A cui ho risposto che occorrono almeno 2 visioni nella gestione dell'economia: il profitto e l'utilità sociale. Per quanto riguarda il fatto che le lobby degli enti privati riuscirebbero comunque a soffocare l'ente pubblico che funzioni fuori dal loro controllo, penso che in una situazione in cui non esista nemmeno l'ente pubblico ciò sia molto peggio. Se il potere degli uomini politici è molto forte, proprio perchè legato alla gestione delle Opere Pubbliche (ed io aggiungo: GESTITE DA PRIVATI) andranno ad occupare le cariche pubbliche soprattutto coloro che hanno interesse e potere, leggi grandi gruppi economici in modo più o meno diretto e la criminalità organizzata; si forma un sistema di retroazione: la gestione della Res Publica porta grandi risorse economiche all'uomo politico, costui farà in modo da consolidare questa situazione costruendo una rete di connivenze, anch'essa alimentata dalle risorse pubbliche, la torta si ingrndisce e sempre più partecipano coloro che hanno sempre maggior potere economico e sociale (v. mafia ed altra delinquenza organizzata); se invece non possono per legge partecipare esterni, la situazione diminuisce di intensità. Resterebbero problemi legali e di controllo, ma stavolta più facili da attuare perchè l'ambito sarebbe più ristretto. Il guaio è che pure gli organi di polizia sono facilmente influenzabili... come già ampiamente dimostrato, in Italia e nei paesi del terzo mondo, dove esistono i "poteri forti". Ecco la soluzione di molti problemi consiste proprio nel togliere poteri il più possibile.

Antonio ha poi scritto:

 

In sostanza io sono dell'idea che la panacea non di tutti i mali ma sicuramente del 99% è uno stato di legalità fortemente efficace e il rifuggire come la peste qualsiasi forma di monopolio e oligopolio. Risolti quei due punti probabilmente molte differenti configurazioni pubblico-privato funzionerebbero comunque bene.

Però effettivamente ieri, forse perché ho scritto troppo, ho dimenticato un'altra postilla finale che invece è importante: anche io penso che alcune cose pubbliche sono assolutamente necessarie al di là di tutto il resto. Esistono attività costose che per loro natura davvero non possono (anzi non devono) avere nessun ritorno economico, ma solo un ritorno dal punto di vista della qualità della vita dei cittadini. Ecco queste cose dovrebbero essere gestite in modo pubblico. Mi viene in mente per esempio tutto ciò che riguarda la ricerca. La ricerca va benissimo in mano ai privati, ma deve per forza esistere anche una forte ricerca centrale finanziata e gestita direttamente dallo stato perché questa deve produrre risultati che siano liberamente utilizzabili da tutti i cittadini gratuitamente. Io per esempio sono abbastanza contrario a ogni forma di brevetti ma è inevitabile che in alcuni casi sono necessari per le imprese private. Ecco quindi che una gestione dei brevetti equilibrata (che cioè eviti il fiorire di monopoli schiaccianti) diviene più accettabile se affianco a questa esiste anche una ricerca statale i cui risultati siano liberi per tutti e che mitighino i danni dei brevetti, di per sé buona garanzia per le imprese private, ma sicuramente, e contrariamente a quello che pensano i più, anche fortemente frenanti di un progresso più spontaneo ed efficace.  

Detto questo, sul fatto che i servizi primari di importanza vitale debbano per forza essere gestiti da enti pubblici non riesco a essere completamente d'accordo. Sono d'accordissimo che sia così quando non si riesce a garantire la legalità, perché così almeno un livello minimo di servizio è sempre garantito, ma se invece si riuscisse a garantire la legalità allora rimango dell'idea che il pubblico non sia per forza indispensabile e anzi offrire una maggiore libertà di scelta ai cittadini può essere solo un vantaggio. Chiaro che servirebbero leggi forti. Se un'azienda, per esempio, fornisce energia deve farlo secondo regole precise, deve farlo per forza e deve farlo anche in quei contesti in cui non fosse economicamente conveniente. Se non lo fa rispettando tutte le regole deve esistere per legge la possibilità per lo stato di commissariarla e gestirla direttamente.

Infine, perché vedo che mi sto dilungando di nuovo, Sergio io dico che sollevi delle questioni importanti soprattutto quando proponi un maggior orientamento alla dimensione dell'uomo più che all'efficientismo dei robot. Però non riesco ad accettare che questi concetti debbano essere relegati agli enti pubblici. Adriano Olivetti ci ha insegnato già decenni fa che fare un mare di profitti fino a diventare primi al mondo nel proprio settore e al contempo innalzare grandemente il livello della qualità della vita degli operai, chiamiamoli lavoratori in genere, è possibile. Ma allora perché dobbiamo rinunciare a questo quando parliamo di imprese private? Certo non si può imporre a ogni azienda di comportarsi in quel modo perché finiremmo in una dittatura, ma lo si può comunque fare in modo indiretto con leggi che premino le aziende che fanno politiche di quel tipo, sconti fiscali e via dicendo, tutte cose che piacciono agli imprenditori. Insomma etica (purché laica), dimensione umana, qualità della vita, rispetto dell'ambiente sono tutte cose che a mio modo di vedere devono obbligatoriamente essere al primo posto per qualsiasi governo che sia almeno decente. Sto parlando di fantascienza, mi rendo conto, in questo paese la gara è chi schiaccia di più e meglio proprio le categorie più sofferenti. Ma questo è un altro discorso, bisognerebbe partire dall'ignominioso stupro dei lavoratori innescato coi meccanismi del precariato e sarebbe come  al solito un discorso senza fine...

 

Molto ben fatto. Se gli Enti

Inserito da Stefano Marchi il Mer, 12/10/2011 - 13:18.

Molto ben fatto. Se gli Enti Pubblici riacquistassero le loro vecchie funzioni, senza delegare con gare d'appalto ad altri, e ne acquistassero di nuove avremmo fra le mani un potenziale economico e sociale non indifferente.....purtroppo dovremmo modificare la  regolamentazione degli Enti e soprattutto modificare la mentalità stagnante del "finchè la barca và" dei suoi dipendenti, sarebbe superficiale ignoralo......una rivoluzione sociale per l'Italia!

Grazie, Stefano.    

Inserito da Sergio Iovacchini il Dom, 08/01/2012 - 15:49.

Grazie, Stefano.