[VS 2] L’Ente Pubblico ed il pubblico lavoro

In Italia gli enti pubblici sembrano non poter funzionare.

Ma immaginiamo, magari per assurdo, che invece essi possano funzionare... Se funzionassero, i vantaggi che ne deriverebbero per la società sarebbero veramente notevoli. Ma se è così come mai quasi tutti sembrano convinti che occorra eliminare l’intervento pubblico?

Proprio l’analisi dei possibili vantaggi mostra quali potrebbero essere i motivi di questa convinzione...

Prima di causare dei fraintendimenti occorre spiegare di cosa intendo discutere. (*) Mi riferirò, usando la locuzione “ente pubblico”, ad un’entità che gestisca delle attività, sotto il controllo della collettività, per conto dello Stato o di amministrazioni pubbliche o enti di coordinamento sociale come i comuni, le regioni etc...

I requisiti importanti degli “enti pubblici” sono la “proprietà pubblica” ed il fatto che gli “enti pubblici” eroghino un servizio e producano beni utili per la comunità, ma soprattutto che i proventi delle attività, sotto forma di denaro o di servizio sociale, siano di pertinenza della comunità. In breve l’“ente pubblico” dovrebbe essere ben lontano dall’essere una struttura al servizio di chi gestisce il potere, anche se questo è ciò che comunemente si crede che sia. O, soprattutto, ciò che viene fatto credere.

In Italia gli enti pubblici sembrano non poter funzionare, o almeno questo è ciò che comunemente si crede.

Ma immaginiamo che gli enti pubblici possano funzionare; se funzionassero, quali e quanti sarebbero i vantaggi che ne deriverebbero per la società?

Inoltre ci sarebbero ulteriori, “soggettivi” benefici sociali:

                                                                                          ( ----> per approfondire, selezionare la voce che interessa)

Ho scritto “soggettivi” perché non riconosciuti dalla classe egemone. Credo che non tutti siano d’accordo nel considerarli dei benefici in quanto immediatamente evidenti, per via del martellamento mediatico a favore della visione di una società competitiva e basata sull’esercizio del potere.

Abbiamo già sperimentato negli anni passati questi vantaggi, quando il prelievo fiscale era una frazione di quello odierno, quando l’assistenza sanitaria non era vista come divoratrice del denaro pubblico da distruggere ad ogni costo, quando ancora era possibile pensare di godere della pensione...

Perchè qualche decennio fa la situazione sociale in Italia era così diversa? Perchè allora non c’era tutta quella fame di prelievo fiscale che c’è adesso?

La risposta è nel fatto che l’asse politico si è sempre più spostato a favore delle classi abbienti e delle grandi strutture di potere, sono state svendute a privati importanti strutture e si sono creati dei monopoli privati. Il voler poi, a tutti i costi, contenere l’inflazione soprattutto quella causata dall’aumento del costo del lavoro ha portato al disastro. L’introduzione dell’euro e degli accordi relativi, ha escluso la possibilità di usare l’inflazione a vantaggio pubblico: l’unica inflazione ammessa è quella generata dal pagamento degli interessi bancari. Così, al posto dell’inflazione abbiamo il debito pubblico oltre all’inflazione.

Già... Qualche decennio fa si stava meglio proprio per l’esistenza e la funzionalità dell’intervento pubblico, insieme al fatto che l’inevitabile inflazione era utilizzata, almeno parzialmente per coprire le spese per il mantenimento delle necessità sociali, come sanità e previdenza. Era ciò che rendeva la società più consona ai bisogni della popolazione; ma già allora gli enti pubblici “non funzionavano”, erano “carrozzoni” etc...

Ma allora, come capita sempre, nessuno si accorgeva di questi vantaggi, ce ne accorgiamo adesso, quando, in seguito a campagne di (s)vendita delle aziende di Stato, questi vantaggi sono venuti a cadere.

Se è vero che ci sono tutti questi vantaggi nell’utilizzo degli enti pubblici, come mai invece sono tutti a favore del “privato”?

È proprio analizzando i vantaggi che l’ente pubblico porta alla società che si chiarisce il motivo di questa convinzione. 

Perché l’ente pubblico non funziona?

Adesso, visto che dovrebbe essere chiaro come la questione “ente pubblico” non sia un aspetto secondario del vivere in una società, vediamo se è poi così “impossibile” rendere il funzionamento dell’ente pubblico soddisfacente, tanto da poterne coglierne i vantaggi.

Considerando quanto faccia comodo a coloro che gestiscono il potere economico (e di conseguenza anche quello politico) la mancanza di attività pubbliche in campo economico (ciò che lo stato non fa è fonte di opportunità di guadagno per le società private), la prima idea che mi viene in mente è: “ma è proprio vero che l’ente pubblico non funzioni o non possa funzionare”? e “chi non vuole che esista l’ente pubblico?”

Il primo nemico dell’esistenza dell’ente pubblico è la mentalità (comune sia alla popolazione, che ai gruppi di potere) che l’ente pubblico sia di proprietà di chi gestisce il potere.

Ci sono le condizioni che favoriscono molte disfunzioni: la dirigenza viene imposta dal potere politico in base a criteri che nulla hanno a che vedere con la preparazione necessaria per la gestione dell’ente; i loro stipendi sono principeschi e la loro responsabilizzazione è nulla. La legislazione relativa all’ente pubblico non prevede nessun premio per chi si dà da fare, in compenso favorisce la deresponsabilizzazione non considerando l’inanità come dannosa, ma censurando iniziative non approvate...
 
Gli uomini politici di potere hanno sempre considerato l’ente pubblico res nullius, un mezzo per poter sistemare, a spese della società, amici e fedeli sostenitori.

Il primo attacco è venuto proprio per questo motivo: i partiti politici hanno messo a capo degli enti pubblici delle persone il cui unico pregio era l’appartenere allo stesso gruppo di potere che ne ha attuato la designazione. Senza alcun riguardo per il bene pubblico, costoro hanno gonfiato a dismisura la loro retribuzione, ma non solo c’è stato, e c’è tuttora, l’uso dell’ente pubblico come mezzo per arricchire gli amici dei potenti, esso è stato usato intensivamente per infarcire a tutti i livelli la struttura pubblica di impiegati assunti perchè facenti parte del gruppo di potere. Abbiamo assistito al fenomeno delle raccomandazioni, all’assunzione di miriadi di persone, che non solo spesso erano incompetenti, ma che hanno anche impedito alla società di godere dei vantaggi del lavoro di persone capaci e responsabili.
La mentalità che tutto ciò che è pubblico appartenga a chi governa, ha fatto sì che nessun gruppo si sia veramente opposto a questa situazione, anzi  anche le opposizioni si sono immediatamente adeguate.

Ma nonostante ci fossero tutti i presupposti per un risultato fallimentare dell’ente pubblico, purtuttavia globalmente la cosa funzionava. Secondo la mia esperienza, c’era sì e no un 20-30% di inefficienza dei servizi pubblici rispetto ai corrispondenti privati, ma abbondantemente sufficiente a dare un risultato globalmente positivo sulla spesa pubblica.

Si è fatto di tutto per screditare l’ente pubblico e smantellarlo. Si è detto e scritto di inefficienze allucinanti, ma inesistenti. Mai la stampa si è occupata della dirigenza dell’ente pubblico, in compenso abbiamo letto e riletto di impiegati che andavano a fare la spesa in orario di lavoro e di fatterelli di questo genere, del tutto insignificanti sia statisticamente che dal punto di vista dell’efficienza globale; e soprattutto nessuno ha pensato di far notare che se degli impiegati non erano presenti in orario di lavoro questo era dovuto o al fatto che non avevano del lavoro da svolgere, oppure che era inesistente il controllo sul lavoro. In ambedue i casi la responsabilità non era di chi si assentava, ma di chi non era in grado di pianificare il lavoro o non voleva controllare. Poteva essere dovuto a mancanza di regolamentazione? Assolutamente no, il pubblico dipendente ha degli obblighi ed è sottoponibile a sanzioni anche severe. E se anche questo fosse stato il motivo, sarebbe bastata una regolamentazione adatta. 

Erano, è ovvio, solo campagne denigratorie per non avere troppa resistenza operandone lo smantellamento. 

Cosa ha causato allora, a monte, l’inversione della tendenza dall’avere un ente pubblico, al suo smantellamento? Il passaggio da una economia sociale ad una economia del capitale.

Quando infatti l’ente pubblico opera nel campo dei servizi sociali, ovvero in tutti quei campi in cui non ci può essere utile, la spesa per il mantenimento del servizio sociale è coperta dalla tasse e dall’inflazione.

Ma l’inflazione è, per le classi abbienti, l’equivalente di tassa sul capitale, quindi va assolutamente evitata, soprattutto quando essa è causata dall’esistenza di servizi per esse inutili. Chi detiene il potere non ha alcun interesse nella previdenza sociale, anzi il suo interesse è che questa sia abolita. Cosa che di fatto si sta verificando. Anche la spesa per la sanità rientra negli stessi canoni.

Adesso che la gestione del denaro è in mano alle banche, ovviamente queste difendono il valore del capitale, l’inflazione è deleteria. Ma esiste anche l’inflazione generata dalla produzione di moneta per coprire il tasso di interesse che le banche praticano ai loro “clienti”; questo è inevitabile e, quando non coperta da una crescita economica che ne minimizzi la portata, è dannosa persino per le banche stesse, che finiscono per ritrovarsi a corto di moneta. Dal punto di vista di chi gestisce il potere finanziario, la difesa del valore del denaro va fatta proprio operando sui tagli alle spese sociali e coprendo la continua perdita di valore del denaro con la tassazione ed ovviamente non con la tassazione sul capitale perché questo sarebbe equivalente ad una perdita di valore del denaro.

Non voglio affermare che ci sia un complotto per distruggere l’ente pubblico; almeno non inizialmente, in questo caso però vale la constatazione che nessuno, se trova una situazione favorevole ai suoi interessi si dà da fare perché la situazione venga cambiata.

Il tutto era già istradato in questo senso, ed è bastata solo qualche spintarella per completare l’opera. Del resto in una economia che propone un modello di comportamento ad “avidità infinita”, non solo occorre eliminare i competitori, ma non si ha alcuna remora nel distruggere l’impianto sociale. Riguardo ad “avidità infinita”, questa, più che caratterizzare le persone, è il risultato della visione, esclusivamente orientata al profitto, che è connaturata alle aziende e che globalmente detengono la quasi totalità del potere economico.

Ma almeno la “privatizzazione” ha dato qualche risultato utile in termini di maggiore efficienza del servizio? Da quel che mi risulta, mai.
In compenso si è passati da una inefficienza globale di un 20-30%, all’inefficienza, sempre globale, di un costo dell’opera da 5 a 10 volte il costo che la medesima opera avrebbe avuto se fosse stata compiuta correttamente.

Dalle ultime stime in questo senso, la società italiana sperpera per le inefficienze sociali dovute alla privatizzazione una cifra dell’ordine di 180 miliardi di euro all’anno.

Per esempio, chi usava il servizio ferroviario prima della privatizzazione ne sa qualcosa. E ne sanno qualcosa anche coloro i cui servizi quali energia elettrica, acqua e gas sono adesso forniti da aziende private. E tra poco ne sapranno qualcosa coloro che saranno costretti a ricorrere ad un servizio sanitario privato...

Dov’è il guadagno? Solo per le casse di quegli enti che si sono sostituiti all’ente pubblico.

Come rendere l’ente pubblico perfettamente funzionante?

Una prima considerazione è necessaria: molte volte il servizio pubblico funziona e funziona egregiamente; ma di questo aspetto, di cui ho sperimentato direttamente la veridicità, non si parla: per tutti l’ente pubblico è fonte di spreco ed è inutile.

Far funzionare l’ente pubblico, o meglio, la gestione pubblica di produzione di beni e servizi non è affatto impossibile e soprattutto è possibile farlo in modo del tutto compatibile con l’economia mondiale attuale. E senza alcuna necessità di operare riforme legislative.

La prima delle ragioni per cui l’ente pubblico non funziona è la mancanza di iniziativa. Le aziende private vengono create proprio sulla spinta di idee derivanti dalle competenze dei fondatori, che credono nelle loro idee tanto da rischiare i capitali in essa investiti; nell’ente pubblico, al contrario è difficile portare avanti delle idee.

La seconda ragione è la speranza di una migliore sistemazione economica, ed anche qui, nell’ente pubblico la retribuzione è del tutto indipendente dalla funzionalità... Inoltre nelle aziende private viene premiata o punita la redditività dei lavoratori, nell’ente pubblico non solo la retribuzione è slegata dalla qualità del lavoro, ma addirittura chi ha iniziative e le porta avanti spesso viene sanzionato perché va a distruggere dei delicati meccanismi di micropotere... La deresponsabilizzazione dei dirigenti è arrivata al punto tale che essi, pur di non assumersi responsabilità, non di rado preferiscono affidare incarichi ad esterni piuttosto che utilizzare le risorse interne, con evidente spreco di risorse pubbliche.

SpA, controllo e responsabilizzazione.

In tre parole ecco la ricetta per consentire alla comunità di trarre vantaggio dalla pubblica attività econonomica e sociale.

Il meccanismo con cui attuare questa strategia consiste nel considerare come cofondatrici di una nuova azienda pubblica quelle aziende, che ritengano di poter offrire beni o servizi attraenti per la comunità per le innovazioni contenute nei prodotti: lo stato finanzierebbe l’azienda acquistandone le azioni; parte di queste sarebbero di spettanza dei fondatori e dei dirigenti, ma anche di chi intende, col proprio lavoro, contribuire al benessere aziendale e goderne i frutti.

Come contropartita gli stipendi degli azionisti, siano essi dirigenti o normali lavoratori, sarebbero stabiliti ad un livello molto basso, ovvero l’acquisto di azioni (o stock options) avverrebbe utilizzando la retribuzione stessa. Tra i benefici per le aziende coinvolte ci sarebbe il poter operare con relativa tranquillità, al riparo dall’invadenza di grandi gruppi; mentre i dirigenti sarebbero motivati non dallo stipendio in sé, di origine molto basso, ma dalla funzionalità dell’azienda, che, dando valore alle azioni, ne aumenterebbe la retribuzione.

Il principale metodo per costituire aziende pubbliche consisterebbe nello scegliere dei gruppi dirigenti sulla base della presentazione di progetti sulle finalità da raggiungere. Un gruppo di valutazione, costituito da persone che facciano parte di organismi accademici, estratti a sorte, valuterebbe le varie proposte. 

Si premierebbe l’inventiva e l’innovazione attraverso la scelta di progetti presentati, e la volontà di pervenire a risultati utili attraverso la fruibilità delle azioni che acquisterebbero un valore positivo solo a fronte del raggiungimento di determinati obiettivi.

Per ciò che riguarda il controllo, lo statuto di costituzione di queste aziende pubbliche deve prevedere una finalità socialmente utile (anche il far incassare allo Stato degli utili è da ritenersi socialmente utile), in esso deve esistere un organismo di censura composto da forze sociali trasversali, come enti preposti allo studio (università ed enti di ricerca) ed associazioni senza scopo di lucro che analizzi e giudichi sia i progetti costitutivi della società che la normale gestione.

Ma perché anche delle aziende pubbliche, come quelle che ho prospettato, possano funzionare e contribuire ai benefici che l’ente pubblico ha sulla società, occorre abbandonare l’idea che l’ente pubblico debba servire soltanto ad erogare i servizi essenziali.

I servizi essenziali per la società non possono essere fonte di lucro, e quindi questo porta inevitabilmente al fatto che l’ente pubblico lavori in perdita.

Nella situazione attuale è facile addossare colpe di inefficienza all’ente pubblico già esistente e di come esso prosciughi le casse dello stato: ad esso vengono assegnate le attività in perdita mentre ai privati sono riservate le attività lucrative. Il solito esempio: la gestione della sanità; la parte che si deve occupare della gestione dei malati, necessariamente in perdita, è pubblica, mentre la produzione dei farmaci, fonte di lucro quasi illimitato, è lasciata totalmente ad aziende private.

Infine, attenzione a non mitizzare l’efficienza. Esso è un metro di giudizio per le macchine o per gli schiavi... La società non ha molto da guadagnare sull’efficientismo; non dimentichiamo che, essendo noi quasi tutti lavoratori, l’efficientismo si compie sulla nostra pelle.

Occorre usare invece l’istituzione di enti pubblici funzionanti per avere la possibilità di abolire i grandi monopoli privati, dare la possibilità di esercitare la concorrenza, permettere la transiszione da una società basata sulle basse retribuzioni (industria - operai) ad una invece basata sugli alti redditi (artigianato, ricerca scientifica, servizi).

Soprattutto occorre costituire un ente pubblico come fornitore di una struttura di coordinamento su cui innestare la ricerca scientifica e tecnologica e la realizzazione di prodotti di avanguardia da esse direttamente derivati.
 
Tra le conseguenze di un ente pubblico che funzioni c’è anche la visione dello stato da parte dei cittadini: lo stato non verrebbe più percepito come ente traente le tasse ed erogante il nulla, come adesso, ma come comunione degli individui della società, con l’incarico di produrre servizi e beni.

Aiuterebbe questa visione il fatto che così lo stato avrebbe la possibilità di drenare denaro per mezzo della produzione di beni ed (un po’ meno) per mezzo di servizi e non per mezzo di odiose e dannose tasse.

Sergio Iovacchini