[VS 3] Il Mercato del Lavoro

La Costituzione della Repubblica (da Res Publica, non dimentichiamolo) nell’articolo 4 afferma:

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Ma il lavoro non è assolutamente un ruolo sociale come dovrebbe essere inteso.

Se così fosse non esisterebbe un“mercato del lavoro”, ma una distribuzione di ruoli di lavoro all’interno della società.

L’esistenza del mercato del lavoro è la dimostrazione di come ancora oggi il lavoro non è altro che servitù verso i potenti che ne hanno bisogno. Non è poi cambiato granchè da quando la schiavitù era istituzionalizzata. Come l’avvento del cristianesimo ha dimostrato, la schiavitù può tranquillamente continuare anche se legalmente vietata, ed infatti il lavoro viene considerato oggetto di “mercato”.

È una vergogna per le popolazioni civili che gli uomini debbano essere considerati alla stregua di merce, “risorse umane”, come dicono certi economisti... è una umilazione per le persone che constatano come il valore sociale della propria esistenza sia collegato alla utilità, per i datori di lavoro, di ciò che esse riescono a produrre.

Il mercato del lavoro è legale per il solo fatto che l’evoluzione della società deriva da una struttura in cui le uniche esigenze considerate erano quelle dei potenti, ed in cui era “ovvio” che il resto della popolazione dovesse essere al servizio dei potenti stessi. In questa visione, il mercato del lavoro sembra persino una conquista sociale perchè in questo modo il lavoratore può diventare padrone di sè stesso, mentre prima ciò non gli era concesso.

Ma se le regole della legalità fossero dettate dall’etica, il mercato del lavoro dovrebbe essere proibito.

Inutile far notare come sia socialmente dannoso questo fatto.

Qual è la caratteristica del mercato del lavoro? Cosa comporta?

Lavora chi fa un lavoro attraente per il datore di lavoro.

Sembra una banalità, ma questa affermazione ha come corollario il fatto che chi si trova senza lavoro non è in genere, come per svariate ragioni si vuole far credere, chi non ha sufficienti cognizioni per avere un lavoro qualificato, ma al contrario si trova senza lavoro chi ha competenze notevoli ma non quelle che interessano. Per il lavoro non qualifificato non esistono problemi simili, la propria capacità piò essere usata in molti modi diversi. Non si può non far notare che la perdita di lavoro è ciò che più contribuisce alla crisi socio-economica: la contrazione degli acquisti è dovuta, oltre che alla crescita dei prezzi (che inevitabilmente alla fine deve arrestarsi), al fatto che la capacità di spesa totale diminuisce. Ma questa non diminuisce perchè ciascuna retribuzione diminuisce, ma perchè delle persone rimangono senza retribuzione. Quando si dice che la capacità di spesa è diminuita di un x% significa che, grosso modo, un po’ meno dell’ x% di persone ha perso il lavoro. Non sono affidabili le stime ufficiali in quanto non considerano come perdita di lavoro il lavoro che i precari non riescono a trovare, così come pure non considerano licenziamento la perdita di lavoro di coloro che lavorano a fattura.
Coloro che sono in grado di svolgere lavoro utile per la società, come i ricercatori scientifici, i filosofi o gli artisti non hanno diritto all’esistenza: il numero di posti è quello molto limitato offerto dalle università, e non di rado, dopo il dottorato ed eventualmente qualche borsa di studio il ricercatore si trova disoccupato. E le aziende italiane non trovano per nulla interessante dover assumere un addottorato per fare un lavoro che è in grado di svolgere meglio anche chi non ha quelle competenze.
Sui filosofi e sugli artisti l’unica considerazione che vi presento è che esistono i filosofi che non servono (ben pagati, i cui libri sono ben venduti) perchè non dicono nulla di nuovo, e gli artisti che fanno parte di gruppi di potere, collegati a questo o quel nome di spicco... E quelli che muoiono di fame.

La retribuzione dipende non dall’utilità sociale, ma dalla difficoltà nel trovare un sostituto che costi meno.

È un assunto del mercato. Ha come corollario che“chi si trova nella situazione per cui il suo lavoro può essere sostituito da un automatismo non avrà lavoro”. Sul corollario non c’è molto da dire, per fortuna dei lavoratori chi costruisce strumenti di automazione non riesce a spingersi sufficientemente in profondità... C’è però di che doversi preoccupare per il futuro.
Non è proprio razionale lasciare il futuro della popolazione alla mercè delle scelte di produzione di beni e di servizi fatte da aziende private il cui interesse dichiarato non è altro che il puro e semplice profitto.

Queste considerazioni seguono quelle relative all’Ente Pubblico, e non sono, né avrebbe senso se lo fossero, pura denuncia di una situazione etica insostenibile. Se non ci fosse un rimedio percorribile non avrebbe senso rigirare il coltello nella piaga.

Invece, già da tempo, appena dopo la guerra, nel 1949, si pensò di porre un freno al mercato del lavoro creando gli uffici di collocamento pubblico. Purtroppo, come per molti aspetti di quell’epoca, non si pensò ad uno strumento generale, ma soltanto ad uno strumento per le fasce basse del lavoro.

L’evoluzione successiva, come sempre, è andata nel senso della distruzione delle forme di tutela dei più deboli.

E per riuscire ad ottenere qualcosa è necessario tornare indietro, fino ad annullare tutte le porcate di leggi che sono state fatte in materia di lavoro dal 1996 e cambiare completamente indirizzo.

Ma affinchè si possa anche solo pensare di attuare una riforma, occorre che ciò che si viene prospettato, non sia in contrasto con ciò che la situazione internazionale e la situazione globale del lavoro richiede.

Nel 1997 sotto la pressione della Corte di Giustizia Europea, che lamentava la mancanza di concorrenza nel sistema italiano del mercato del lavoro, si introdusse dapprima il concetto di lavoro temporaneo, e successivamente il principio della precarietà perenne.

Alla richiesta delle aziende di poter usufruire della forza lavoro secondo i loro bisogni/comodi, richiesta che è del tutto legittima, il legislatore italiano risponde con l’istituzione del precariato a vita (CoCoCo, CoCoPro, e simili), senza contare che comunque esiste un esercito di lavoratori padroni di se stessi che presta la propria opera “a fattura”.

A mio parere non solo non c’era alcun bisogno di indebolire le classi lavoratrici a fronte di una simile richiesta, ma addirittura il legislatore, nel varare le sue riforme non ha tenuto conto del mercato nero del lavoro, a cui non viene posto riparo.

La situazione per i neo-precariati è veramente insopportabile: il precario, concluso il suo periodo a termine (spesso solo 3 mesi), aspetta il rinnovo del contratto, e nel frattempo lavora gratuitamente. Conosco persone per cui questo giochetto si è ripetuto più volte. Tutti poi conoscete il fatto che il precario non riesce nemmeno a mettere su casa, perchè, appunto precario, non riesce ad accedere a prestiti bancari.

Continuare con le lamentazioni non è lo scopo di questo scritto. Non continuo nemmeno con come si sarebbe dovuto procedere...

Occorre adesso aver bene in mente che la vita delle persone non deve dipendere dai capricci del mercato e soprattutto dalle furbate rese possibili da questa nostra sciagurata legislazione.

Si deve partire dall’Art. 4 della costituzione, con cui ho iniziate queste considerazioni.

Lo Stato deve garantire a tutti i suoi cittadini il diritto al lavoro; per farlo occorre che si istituisca una funzionalità sociale che

abbia i sequenti compiti:

  • trovare, per ogni iscritto non ancora impegnato, il lavoro che egli è in grado di compiere alle migliori condizioni secondo le sue caratteristiche e le sue esigenze.
  • gestire i rapporti con i datori di lavoro, a cui verrebbe tolta la responsabilità della gestione delle retribuzioni e dei rapporti con i lavoratori.
  • gestire le esigenze lavorative, turni di riposo lavoro e tutto ciò che ha a che vedere con la vita lavorativa degli iscritti.
  • essere in grado di gestire le retribuzioni dei lavoratori e la previdenza, le transazioni economiche relative ai rapporti di lavoro e le transazioni tra ciascun lavoratore e gli istituti esterni di credito.

Alla prossima occasione la spiegazione di ciascuno di questi 4 punti.

Sergio Iovacchini