[VS 4] Addestrati e sinistrati.

Dai primi anni ‘90, proprio le forze di sinistra iniziarono la demolizione dei diritti dei lavoratori ottenuti nei 2 decenni precedenti da una ben altra sinistra.

Nel 1975 si introdusse la “scala mobile” come forma di adeguamento delle retribuzioni a fronte dell’erosione del potere d’acquisto ad opera dell’inflazione; essa fu abrogata tra il 1984 ed 1992 ad opera di Craxi e Amato, sedicenti “di sinistra” ed a favore della popolazione. Gli stessi Amato, Dini e Treu, a partire dal 1992 hanno attaccato il sistema pensionistico rendendolo sempre meno favorevole ai lavoratori; sempre Treu, nel suo “pacchetto” del 1997, è stato il primo ad introdurre il concetto di “precariato a vita”... 

Che quelle scelte non fossero affatto a favore della popolazione lo si è ben sperimentato con il tenore di vita che è andato scemando da allora (e non mi vengano a dire che è colpa dell’aumentato prezzo del petrolio!), tanto da far pensare che ci sia effettivamente una regia che manovri la società italiana e che questa regia assegni proprio alla sinistra (istituzionale) il compito di demolire le conquiste sociali...

Da allora anche i politici di sinistra usano gli stessi concetti socio-economici della destra.

Così eccoci addestrati a considerare che gli interessi dei potenti siano i nostri stessi interessi, e sinistrati per esserci affidati a siffatti rappresentanti della sinistra per la difesa dei nostri interessi.

Il meccanismo con cui questo è avvenuto è più o meno questo: acquisire potere per aver il potere di cambiare la società. Chi si occupa di politica non tarda a rendersi conto che esistono delle concatenazioni che portano la società verso una strada piuttosto che un’altra, e che, guarda caso, la strada è sempre quella nella direzione dell’istupidimento della popolazione.

Se si vuole quindi influire in modo da creare le condizioni per un futuro migliore, occorre intervenire nelle aree dell’educazione, dell’informazione e della cultura. Attività economicamente molto onerose e difficili da portare avanti in epoca in cui non esisteva il finanziamento pubblico ai partiti e la diffusione delle idee della sinistra erano furiosamente osteggiate dal potere statunitense.

Mentre il Partito Comunista era in grado, con il supporto dei suoi numerosi iscritti (e qualcuno dice con l’aiuto della Grande Madre Russia), di sostenere lo sforzo economico necessario, il Partito Socialista doveva arrangiarsi in qualche modo e così nacque al suo interno l’idea di cercare di acquisire potere (e denaro, il che è lo stesso) per mezzo di negoziazioni e “contatti” col potere economico. Macchiavelli docet: Milano fu la punta di diamante che ne decretò il successo.

Ma ben presto la scalata al potere (fatta di cordate, espedienti come le iscrizioni a Logge Massoniche et similia...) irretì tutto il partito e l’interesse per i nuovi compagni (quelli che detenevano il potere) fu maggiore dell’interesse per la popolazione che avrebbero dovuto rappresentare. Il “mezzo” finì per diventare il “fine”.

Il Partito Comunista sembrava essersi salvato dalla contaminazione da parte del Potere, anche perché il suo scopo era di raggiungerlo direttamente, magari in compagnia dei democristiani (compromesso storico). Invece il governo delle regioni comunque portò il PCI (anche per la presenza dei socialisti e del loro modo di considerare la politica) ad una politica di gestione del potere che a sua volta comportava il “dimenticare” il ruolo di organizzatore della lotta per le conquiste sociali...

Allora viene da chiedersi: ma la sinistra, intesa come forza politica il cui scopo è fondare una organizzazione sociale a favore della popolazione e non dei potenti che la governano, è inesistente?

Ovviamente no. Soprattutto le persone che militano nei partiti della sinistra sono in larga parte a favore di una organizzazione sociale basato sulla cooperazione e non sulla sopraffazione, che è invece il tipo di organizzazione che impone chi detiene il potere. Ma l’organizzazione stessa di partito (soprattutto in Italia) impone che la base appoggi le azioni intraprese dai vertici; il non accettare questa logica comporta il dover creare nuovi partiti e dare origine, come purtroppo continuamente accade, a divisioni in fazioni troppe volte in contrapposizione, e soprattutto anch’esse succube delle scelte dei propri capi.

Se è stato possibile persino far credere alle persone di sinistra che certe scelte scellerate di politica economica erano a favore della popolazione, ciò è stato perché, quasi sempre, la motivazione generica di quelle scelte è stata che esse sono imposte dal nostro vivere in un sistema economico capitalistico.

Il fatto è che anche in un sistema capitalistico, o “di mercato”, è possibile organizzare la vita sociale razionalmente e “dalla parte della popolazione”, in modo da non entrare in conflitto con l’organizzazione economica in cui si vive. Occorre però averne effettivamente la volontà e conoscere il come farlo. Quei rappresentanti della popolazione, che sono stati attratti dal pensiero di riferimento della destra, o non hanno le capacità intellettive e cognitive necessarie, o molto più probabilmente sono in mala fede, ovvero preferiscono favorire i controllori dell’economia. Il che aumenta il loro potere personale, grazie al fatto che essi risultano “più graditi” proprio alle forze che l’economia la governano. Quindi di fatto vengono ad assumere il ruolo di chi è deputato a “far mandare giù la pillola” di riforme poco gradite a coloro di cui sono i rappresentanti.

L’importanza di avere una ideologia, come sistema di riferimento per pianificare l’evoluzione sociale.

Con la caduta dell’Unione Sovietica ebbe luogo anche il cosiddetto “crollo dell’ideologia”. Da allora è venuto a mancare uno strumento di giudizio dell’operato dei partiti della sinistra. Questo è stato il maggior responsabile di questa situazione perché ha delegittimato la critica ed il controllo sulla coerenza tra pensiero ed operato. Che i due fenomeni, fine dell’URSS e rinuncia alla critica nei confronti del capitalismo, siano collegati è chiaro: il Partito Comunista Italiano, nonostante tutto, principale oppositore delle castronerie liberiste, ha smesso di esistere e di manifestare una “ideologia” alternativa proprio in concomitanza di tale situazione (il 12 novembre 1989, tre giorni dopo la caduta del muro di Berlino, Achille Occhetto diede luogo alla “Svolta della Bolognina” e il 3 febbraio 1991 il PCI si sciolse).

Tempo fa, dopo la seconda guerra mondiale, nella tanto vituperata “Prima Repubblica”, il pensiero dominante nel campo dell’economia politica (riguardo ai partiti non marxisti) era collegato alle teorie di Keynes, che avevano il pregio di considerare gli enti pubblici come mezzo di ammortizzazione delle crisi ricorrenti del capitalismo. Con il cambiamento prima, e la scomparsa del PCI poi, non c’è più stata opposizione ideologica. Con il crollo dell’Unione Sovietica e del suo modello socio-economico, non solo in Italia, ma in tutta l’Europa, gli stessi partiti di sinistra hanno ammesso di avere torto. Così, senza alcuna vera opposizione, il riferimento dell’economia politica è andato spostandosi sempre più verso le teorie liberiste americane basate sulla crescita infinita, sulle “risorse infinite” e sulla  “natura umana” caratterizzata da avidità infinita. Dico liberismo americano perché quel particolare liberismo da cui la nostra società è affetto è proprio plasmato sulla vita americana. 

Mentre i partiti ed i movimenti che dovrebbero essere “a favore della popolazione” sono rimasti privi di un modello sociale di riferimento, chi gestisce il potere economico-politico un modello di riferimento, quel liberismo che per essi è così funzionale, ce l’ha e lo usa.
E questo pensiero di riferimento è così forte da essere addirittura presentato come scienza.
Ovviamente di scientifico questo pensiero ha molto poco, considerando che della scienza non ha la caratteristica fondamentale: gli assiomi, cioè i principi di base, condivisibili da tutti. Ma il potere che ha dietro è in grado di legittimare anche le più grosse castronerie e renderle credibili.

Così, quando le aziende europee premevano per poter avere, in Italia, la disponibilità di lavoro a termine, si è persino andato a rispolverare la “legge di Say” (Jean-Baptiste Say, economista francese vissuto dal 1767 al 1832), che afferma che il libero mercato, senza restrizioni, raggiunge uno stato di equilibrio con la piena occupazione, per poter giustificare e vantare come a favore della popolazione i provvedimenti che ne sono scaturiti.

Che quella “legge” sia di comodo è evidente; è facile constatare che, sebbene si sia in pieno liberismo economico, la piena occupazione è ben lontana, anzi più diminuiscono i vincoli per le aziende più la disoccupazione cresce. Già Keynes aveva smontato questa teoria, che si basa su due asserzioni che non necessariamente sono rispettate: la prima, quella che Keynes demolisce, che il capitalista debba reinvestire immediatamente il denaro, la seconda è quella che è sempre implicita in tutte le teorie economiche “classiche”, che la domanda di beni e servizi debba sempre crescere. Per non parlare delle crisi, sempre presenti e sempre considerate “passeggere”.

Ma, pretestuosamente, vengono spacciate per verità scientifiche anche castronerie ben peggiori. Ultimamente il governo era intenzionato a concedere lo sfruttamento per l’estrazione di petrolio degli spazi antistanti le coste, con la motivazione che, abbassando i costi di estrazione, il prezzo del carburante sarebbe stato inferiore. Ora a parte il fatto che il prezzo di estrazione incide poco sul prezzo finale del combustibile, è assolutamente risibile l’asserzione che il prezzo di vendita di un bene sia determinato dal costo di produzione di quel bene o di quel servizio. Anche qui, a parte il fatto che il prezzo finale ha anche molte altre dipendenze, nessuno rinuncia a vendere al prezzo più alto possibile, visto che non è vietato farlo. Ed il prezzo dipende da quanto l’acquirente è disposto a spendere e non dal suo puro costo. Infatti se la differenza tra prezzo di vendita e di costo risultasse troppo bassa, il bene non verrebbe addirittura prodotto. E ciò che l’acquirente è disposto a spendere dipende dalle condizioni sociali piuttosto che dal valore del prodotto.

Non posso continuare a mostrare come l’economia politica di riferimento di chi ha il potere economico-politico sia irrazionale, non è lo scopo di questo scritto e non sarebbe esprimibile in poche parole. Qui mi preme far notare come il ricorso a queste “leggi” dell’economia politica sia ricorrente e come coloro che dovrebbero difendere i diritti (se non anche gli interessi) della popolazione si adeguino a questo pensiero di riferimento. E si adeguano tanto da essere favorevoli alla politica del “basso costo del lavoro”. Notare che basso costo del lavoro significa bassi stipendi e agevolazioni fiscali per il datore di lavoro; ambedue situazioni fortemente dannose per la società: uno scarso introito fiscale significa scarse risorse dedicate alla previdenza, basse retribuzioni significa creare sempre più dislivello tra l’introito degli imprenditori e quello dei lavoratori, cioè aumentare il potere dei datori di lavoro sui lavoratori, che (non dimentichiamolo) che sono la quasi totalità della popolazione. Senza considerare che, anche dal punto di vista dell’economia politica classica, questa è una bestialità. Le basse retribuzioni e la bassa spesa per la previdenza porta ad uno stato di impoverimento, e chi è povero non può spendere, in contrasto con l’assunto che per mantenere attiva l’economia occorra comprare e spendere.

Il guaio grosso però più che lo scempio dei diritti dei lavoratori, è quello che il liberismo ha compiuto e compie continuamente sul tessuto sociale e sul pensiero umano. Chi dal liberismo trae vantaggio ha già fatto in modo, in quest’ultimo secolo e mezzo, che la società si sia istradata su quei binari che hanno determinato e determineranno una situazione sociale in cui si rafforzerà il potere economico e politico così come previsto dalla teoria.

Detta in parole povere: il liberismo ha fatto pensare le persone in modo da rafforzare il liberismo stesso. Esso funziona proprio perchè si verificano le condizioni che ne sono alla base: l’assunto fondamentale di questa teoria consiste nel considerare le persone come caratterizzate da una avidità infinita e la società come caratterizzata dalla disorganizzazione, tanto che, nelle teorie economiche attuali, usando la teoria dei giochi, proprio queste 2 caratteristiche governano le strategie. Quanto più le condizioni della mentalità della popolazione si avvicinano a questi assiomi, tanto più le teorie del liberismo pronosticano un futuro più simile alla realtà sociale.

I mezzi con cui si crea e si mantiene una società favorevole al liberismo sono molto ben conosciuti.

L’avidità, senza la quale crolla tutto il castello dell’economia politica classica, è attizzata con gli stimoli pubblicitari e con la considerazione che occorra avere il necessario potere econonico per non soccombere. Questa convinzione sociale è ovviamente rafforzata dal tipo di rapporti che intercorre tra persone: in una società in cui la collaborazione reciproca tende ad essere nulla, l’avidità di possedere risorse per far fronte alle presenti e future necessità tende ad essere appunto infinita, ed inoltre questo fatto annulla anche l’organizzazione interindividuale, poichè ogni altra persona, in questo contesto sociale, è potenzialmente un nemico o almeno un competitore.

Come nei presupposti del liberismo.

Ma oltre che dal liberismo, la nostra società è anche stata plasmata dall’organizzazione gerarchica dei regimi assolutisti (modello ad organizzazione piramidale del potere); ciò comporta che, anche adesso, le risorse pubbliche continuano ad essere viste non come risorse di tutta la popolazione, ma di chi governa.

L’organizzazione piramidale del potere, traendo il suo consenso dal fatto che molte persone hanno un minimo di potere su delle altre, ha veicolato diffusamente gli atteggiamenti di esibizione dell’aver raggiunto un posto di rilevo nella scala sociale: dalla mentalità della retorica e dell’apparire, seguendo le mode, fino alla mentalità della prevaricazione.

Tutti presupposti per far sì che non si possa neanche pensare ad una società basata sulla collaborazione.

Se il potere economico e politico plasma il pensiero della popolazione in modo da renderlo più che acquiescente nei propri confronti, occorre, per uscirne, usare i soliti meccanismi che abbiamo a disposizione: l’istruzione, l’informazione, la cultura e la democrazia.

Per ciò che riguarda l’istruzione ormai si è persa l’opportunità che c’era quando partì la riforma scolastica, adesso la mentalità corrente non è più quella per cui la scuola deve insegnare, soprattutto a ragionare ed a formare il cittadino, ma quella per cui la scuola ha la funzione che le aziende private vogliono: formare i lavoratori.

Per quanto riguarda l’informazione e la cultura, abbiamo, per la prima volta nella storia, la possibilità di poter comunicare con altre persone, che non siano diretti conoscenti, anche se il nostro potere personale è scarso. Negli anni passati soltanto chi faceva parte di particolari strutture sociali o era sufficientemente ricco era in grado di poter diffondere il proprio pensiero. Adesso con internet la diffusione delle idee è alla portata di molti. 

Per ciò che riguarda la democrazia, non che la democrazia rappresentativa sia il massimo, ma questo abbiamo e questo dobbiamo usare. Ritenendoci fortunati se ancora qualche briciola di democrazia resta ancora dopo le cure delle riforme elettorali. E mentre una volta la democrazia rappresentativa aveva almeno il merito di far rappresentare la popolazione da parte di persone, se non di assoluta cultura, almeno di cultura e facoltà intellettive superiori alla media dell’elettorato, adesso questo sembra non essere nemmeno più vero.

Oltretutto, è un fatto accertato che la politica si sia identificata con la gestione del potere, per cui anche e forse soprattutto coloro che si rendono conto della stortura sociale che stiamo vivendo rifiutano per questo fatto l’impegno in partiti politici ed a volte anche in associazioni.

Così, da una parte ci sono molti che rifiutano di farsi coinvolgere in questo tipo di politica, dall’altra buona parte della popolazione si mostra acquiescente nei confronti del sistema politico e la democrazia viene comunemente intesa, anche se non in modo esplicito, come lo “scegliersi il padrone”. Un indizio di questa mentalità lo si trova nel fatto che viene accordato largo consenso alle persone che presentano di sé un’immagine accattivante; si intuisce che il pensiero più o meno esplicito dell’elettore consiste nello scegliere qualcuno che, sia pur superficialmente, si ritiene di conoscere, mentre in realtà esso è vittima di una suggestione mediatica.

I mezzi di comunicazione di massa forzano continuamente l’identità “democrazia = scegliersi il padrone”, permettendo così al regime “democratico” di comportarsi in un modo che neanche in un regime dittatoriale sarebbe accettato. Forse non è inutile far l’esempio di un ex presidente del Consiglio, che per il fatto di essere “democraticamente eletto” pensava di poter disporre a proprio piacimento delle risorse della nazione.

Poiché la partecipazione diretta è riservata a pochissimi “eletti”, la “democrazia” non è, e non deve essere intesa come lo “scegliersi il padrone”; ma il poter operare il controllo, il più possibile completo, sull’operato di chi inevitabilmente governa. Senza il controllo, è molto probabile che le azioni per l’evoluzione sociale siano in realtà azioni di mera gestione del potere a tutto vantaggio degli “eletti”. E tutti sapete come sia alta questa probabilità e quali conseguenze abbiano queste azioni sulla società.

Per poter controllare l’operato dei governanti, il primo fondamentale passo consiste proprio nel creare e diffondere un “pensiero di riferimento”. Senza questo, l’operato dei governanti non potrà essere giudicabile sulla base di un pensiero che si dichiara di voler seguire, perché è già stato dichiarato che non si ha alcun riferimento. Infatti adesso un uomo politico non dice più: “eleggetemi per il pensiero che cerco di seguire e di realizzare”, ma “eleggetemi perchè io sono bravo”.

Beh, avete tutti ben chiaro il livello di bravura di costoro... Evidentemente mentre gli elettori sperano che “bravura” si debba intendere come capacità di organizzazione e controllo, essi intendono “bravura” come l’operato dei “bravi” di manzoniana memoria...

Occorre quindi occuparci di un tema che purtroppo, a mio parere artatamente, è ormai diventato desueto e persino il suo nome è diventato una parolaccia: ideologia, cioè occorre poter disporre di un modello socio-economico di riferimento, che serva come strumento di controllo, di analisi e di previsione.

Mancando una ideologia alternativa, solo qualche principio religioso si oppone a questa situazione.

Ma i principi religiosi sono trascendenti e quindi non condivisibili da tutti; inoltre l’essere derivanti da una verità assoluta li rende incriticabili: non sono lontani i tempi in cui delle persone venivano uccise per il loro stesso bene...

E visto che un modello che descriva e che dia indicazioni sulle modalità da seguire per ottenere una società sempre più favorevole alla popolazione nel suo insieme, piuttosto che a determinati gruppi, non mi sembra che esista ancora, la costruzione di questo modello dovrebbe essere fondata su un’etica condivisibile da tutti o almeno dalla quasi totalità degli appartenenti alla società.

Ma non esiste il pensiero marxista come riferimento per coloro che vorrebbero una società “più giusta”?

Il modello proposto da Marx mal si adatta ad una società come la nostra; il meccanismo della lotta di classe non mi convince come mezzo per descrivere l’evoluzione sociale. Il modello marxista descrive in modo conflittuale i meccanismi di evoluzione sociale e l’applicare questo meccanismo non mi sembra che dia indicazioni di intervento “pacifico” nel governo della situazione sociale: l’individuo da solo non ha il potere di contrastare i poteri che sono già affermati, per cui essi devono cooperare, aggregandosi con altri individui, al raggiungimento di un fine comune, e quindi organizzarsi in classi e contrastare, col proprio potere di classe gli altri poteri che si contrappongono.

Se in ballo c’è soltanto il soddisfare i bisogni fisologici, allora il modello marxista è ineccepibile e non si può che ricadere nella lotta di classe: ci si aggrega per far rispettare il proprio diritto all’esistenza; anche la ribellione è giustificabile ed auspicabile.

Quando entrano in gioco “bi-sogni” (cioè sogni ricorrenti di possesso, stimolati dai meccanismi di persuasione) compositi, non è corretto usare la lotta di classe nè come modello che descrive il fenomeno (perchè non si mette a rischio la propria integrità fisica per qualcosa che non è assolutamente necessario), nè come metodo di ripartizione delle risorse (non ha senso scatenare una rivoluzione perché qualcuno non ha i soldi per comprare degli oggetti di desiderio).

Soprattutto non è eticamente proponibile un modello conflittuale: ciascuno vuole soddisfare la propria avidità e questo, inevitabilmente contrasta con quella di altri o con la necessità di preservare risorse, sempre “scarse” (per dirla con gli economisti classici).

Dal mio punto di vista, la conflittualità e le rivoluzioni non cambiano l’essenza dell’organizzazione sociale: ad un tipo di potere se ne sostituirebbe un altro e l’evoluzione sociale non farebbe grandi passi avanti. La società resterebbe comunque basata sull’avidità e sulla predazione delle risorse.

E per i più deboli, soprattutto per le generazioni future, che come tali non hanno la possibilità di far valere i propri diritti, non ci sarebbe nulla da fare. Se la possibilità di operare cambiamenti è superiore alla capacità della organizzazione sociale di riequilibrare il cambiamento, per costoro non c’è nulla da fare ed il disastro globale è inevitabile.

Quindi proporre modelli conflittuali non è ciò che si desidera ottenere; per mezzo di essi, qualsiasi sia il punto di vista, non si riesce ad ottenere indicazioni per una organizzazione sociale corretta, equilibrata e sostenibile nel futuro. Notare, prego, che con l’avanzare del progresso tecnologico, il potere di distruzione delle risorse diventa sempre maggiore e sempre più forte è la predazione nei confronti, almeno, delle generazioni future. Tanto per fare un esempio: le miniere e le cave si esauriscono ed i posteri avranno le loro difficoltà a reperire i materiali; non è possibile consumare più energia di quella che si riesce a dissipare nello spazio, etc... Insomma affinché la vita abbia un futuro su questa Terra occorrerà smetterla di desiderare ogni stupidaggine che ci viene proposta ed occorrerà invece che i “bisogni compositi” siano analizzati, scomposti: occorrerà capire da dove hanno origine e che impatto hanno con gli interessi degli altri individui...

Occorre quindi creare prima una teoria, poi un modello che riesca a tener conto di questi aspetti.

Alla fine, il riuscire a proporre una teoria convincente deve passare attraverso l’analisi del pensiero degli individui e delle situazioni della vita umana. Ed è tutt’altra cosa che occuparsi solo di prezzi, di occupazione, di costo del lavoro etc...

Come si può contrastare questa situazione?

Se effettivamente si vuole pensare di cambiare la situazione, allora occorre seguire la via della diffusione di una cultura diversa, occorre fornire una guida razionale all’operato, cioè di fatto costruire un’etica razionale e come tale “condivisibile da tutti”.

Il definire poi cosa si debba intendere con “condivisibile da tutti” è proprio ciò che secondo me occorre fare.

Vorrei far notare che con “condivisibile da tutti”, si escludono di fatto le convinzioni che si fondano sui nostri sogni e sulle nostre utopie; i sogni, come le utopie, sono diversi da persona a persona e quindi si deve evitare di proporli, bisogna rinunciarci, anche se ognuno di noi è convinto che la realizzazione della propria utopia sia la condizione migliore per tutti.

Dobbiamo invece partire da considerazioni “minime”, ma che siano aggreganti, visto che la controparte si basa sulla gestione del potere, e ben poche situazioni sono più aggreganti della gestione (o spartizione) del potere.

Non è necessario, anzi occorre evitarlo, che l’etica sia fondata sui massimi sistemi, bisogna partire proprio dalle condizioni minimali; io penso che un buon punto di partenza sia proprio il considerare i bisogni fisiologici dell’uomo come animale e di usare il concetto di reciprocità come base su cui fondare il concetto di giustizia.

Accettare, per esempio, già soltanto il principio del diritto all’esistenza di tutti, comporterebbe, se ben applicato, una vera rivoluzione sociale.

Dal canto mio, avendo avuto ben chiaro quale sia l’effettivo interesse delle forze politiche su questo argomento (per me non solo se ne strafregano, ma fanno di tutto per non dare adito nemmeno alle discussioni su questo tema: l’assenza di un riferimento ideologico permette di giostrare sull’ambiguità) dedico a questo argomento, tutte le risorse possibili, cercando un aiuto da parte di coloro che vorranno partecipare.

La speranza che nutro è che si riesca a sensibilizzare su questo argomento le persone di cultura e che esse poi fungano da traino per la popolazione e per le forze politiche.

Sergio Iovacchini