[VS 5] Amministrare un comune, anche in modo inusuale.

 

Anti-programma elettorale per le persone oneste che non vogliono riunciare a capire.

È iniziata la campagna elettorale.

Sono stati presentati i programmi elettorali in cui si afferma, come al solito, che si farà di tutto per il lavoro, per i giovani, per le donne, per il progresso, per il turismo e per il commercio, per non parlare dei rifiuti e del risparmio energenico.

Ma, chissà perché, io credo che, quasi dappertutto e quasi sempre, alla prossima legislatura ci sarà una popolazione scontenta. Ci saranno delle risorse che saranno state state spese, ed in abbondanza; si saranno realizzate delle grandi opere (strade ed edificici pubblici) che saranno servite solo ad arricchire sempre più i soliti e che non solo avranno dato scarsi o nulli benefici per la popolazione, ma avranno magari distrutto l’ambiente, una parte della storia cittadina e tolto risorse a tante piccole realizzazioni che saranno tralasciate per dare loro la precedenza.

Le Grandi Opere Pubbliche.

Già, le Grandi Opere Pubbliche. Quelle realizzazioni che costano alla popolazione almeno un ventesimo delle risorse di anno di gestione, che vengono effettuate perchè diano gloria al promotore e che invece verranno ricordate in futuro come opere degradanti o veri e propri atti vandalici: anche recentemente costruzioni di vario tipo hanno deturpato o distrutto ambienti di valore storico o naturalistico.

Per non parlare poi di quelle opere che, anche se ne è stata dimostrata la pericolosità, si fanno lo stesso perchè tanto l’opera è stata finanziata...


Come se il danno, sia quello diretto (derivante dalla loro realizzazione), sia quello derivante dall’uso delle risorse economiche destinate a quelle realizzazioni, non ricadesse comunque su di noi... 

Senza contare il fatto non certo secondario che quasi sempre la progettazione di queste Grandi Opere Pubbliche viene effettuata con criteri poco “umani”, col risultato che così si sottrae del prezioso spazio alla vivibilità urbana.

 

In compenso sicuramente ciò che mancherà sarà la manutenzione. Infatti ditemi quanti programmi elettorali citano la manutenzione dell’esistente... 

Così le costosissime Grandi Opere Pubbliche dopo pochi anni, se pure di una qualche utilità, finiranno per diventare solamente delle rovine ingombranti o peggio. Ed altre risorse dovranno essere destinate alla “sistemazione” ed alla “riqualificazione” di queste opere.

Significa che sono state compiute delle scelte inadatte. E questo è capitato troppo spesso. Non sarebbe il caso di andarci coi piedi di piombo nel realizzare Grandi Opere e cercare di vivere in un ambiente urbano mantenuto decorosamente dalla normale manutenzione?

Ma le Grandi Opere Pubbliche, anche in tempi di estrema crisi, comunque saranno realizzate. Sono troppi gli interessi economici: impegnano milioni di euro, il progettista viene retribuito con una percentuale non indifferente del costo dell’opera, il che farà sì che questa sia  realizzata nel modo più costoso possibile; per ogni appalto ci saranno innumerevoli subappalti in cui l’appaltante non realizzarà nulla, ma tratterrà nelle sue tasche una congrua percentuale, e così via... La manutenzione invece non è poi così redditizia.

Il lavoro.

E poi... le Grandi Opere Pubbliche “danno lavoro”. Molti ci cadono, per cui occorre fermamente opporsi a questo tranello. 

Per “creare” occasioni di lavoro non occorre certo percorrere la strada della realizzazione delle Grandi Opere di distruzione. Se, tanto per fare un esempio, invece di devastare il territorio si fosse speso qualcosina in più nel campo dell’istruzione e della ricerca, forse adesso non ci troveremmo, nel campo del lavoro, a far concorrenza ai paesi del terzo mondo...

Adesso, che la disoccupazione è diventata intollerabile, il problema del lavoro viene affrontato da tutte le forze politiche nel solito modo: si chiede alle aziende private di produrre nel proprio comune.

Alla mala parata, si può fare anche così, ma come al solito si danno risorse pubbliche a privati per far cose che comunque i privati farebbero, magari da un’altra parte. Il guadagno? Produrre disoccupati in un altro comune, invece che nel proprio, e poter dire che il comune è amministrato a dovere.

La soluzione, però, servirebbe comunque a poco: se la società ha interesse a produrre nella zona, gli incentivi saranno stati del tutto inutili, se la società dovesse trovare più conveniente produrre altrove non avrebbe altro da fare che esaurire gli incentivi, chiudere l’attività ed andare poi da un’altra parte a prendere altri incentivi e rifare lo stesso scherzetto.

No, bisogna proprio cambiare approccio. Si deve partire dalla considerazione che il lavoro, in qualsiasi organizzazione sociale attuale, è il mezzo con cui reciprocamente provvediamo a soddisafre i bisogni dei componenti della società. E bisogna anche avere ben presente che l’organizzazione del lavoro funziona meglio a seconda di quanto parassitismo sul lavoro si riesce ad evitare.

Si deve avere ben presente questo aspetto per poter comprendere qual è il modo corretto, per una società, di affrontare questo tema.

Siamo stati addirittura storditi dal chiasso che da decenni si fa sull’efficienza del lavoro e sulla competitività. In nome di questi due aspetti si è nel frattempo distrutto ciò che una volta era il polmone della società contro le crisi, ovvero l’Ente Pubblico.

E cominciamo a vedere cos’è l’efficienza. Per noi; e cos’è l’efficienza per il produttore. In quest’ultimo caso la risposta la sanno anche le pietre: produrre ai costi più bassi e con la produttività migliore per essere più competitivi sul mercato.

Cosa ci si guadagna con questo concetto di efficienza? Che il produttore vende, magari incrementa la produzione, non licenzia e se gli va bene assume.

La controparte, a cui i mezzi di comunicazione di massa assolutamente non badano, è che questa efficienza si compie a spese dei lavoratori e, basta solo pensarci un po’, siamo quasi tutti lavoratori. Sottostare a questo concetto di efficienza non fa altro che portarci ai livelli dei lavoratori del terzo mondo, visto che la competizione si attua contro costoro. E già siamo in un vero e proprio clima di schiavismo, di cui è facile rendersene conto, visto che i diritti dei lavoratori vengono non solo, come al solito, calpestati; ma messi addirittura fuorilegge.

Da ciò si può e si deve venirne fuori, a cominciare dal modo di amministrare un comune.

L’efficienza del lavoro, in una società razionalmente organizzata, è data dal bilanciamento tra le costrizioni per i lavoratori ed il vantaggio sociale. Trovare questo bilanciamento attualmente non è possibile, data la storia passata; ma è possibile almeno fare in modo che il lavoro sia meno alienante e più redditizio di quanto accade.

Occorre passare il più possibile alla produzione diretta di beni e servizi, per mezzo di opportuni Enti Pubblici, senza far troppo ricorso alle società private.

Ma questo, secondo quanto dicono tutti, è estremamente inefficiente! Dicono. Ma tutto ciò che c’è di vero in questo è facilmente correggibile. Innanzitutto i detentori del potere da decenni hanno denigrato gli Enti Pubblici, con i fatterelli dei dipendenti usciti a far la spesa ed altre fregnacce del genere. Come se ciò fosse fondamentale per il servizio offerto. Se il servizio o bene prodotto è stato inadeguato ciò non è accaduto certo per il dipendente assenteista, anche perché una direzione oculata avrebbe potuto facilmente porvi rimedio. Ciò è accaduto proprio perché la direzione è stata del tutto inadatta. È stata inadatta perché i dirigenti sono stati nominati non per la loro competenza, ma per la “riconoscenza” loro espressa da parte dei gestori del potere politico che li hanno designati.

Se vogliamo venirne fuori occorre stabilire come strutturare un Ente Pubblico a cui attribuire il compito di organizzare il lavoro e la produzione di beni e di sevizi in modo tale da evitare il parassitismo da parte dei dirigenti.

Il metodo è semplice e consiste nel fornire ai dirigenti ed ai lavoratori gli stimoli per lavorare in modo corretto in tal senso.

Ecco un possibile modo. Si bandisce un concorso in cui gli aspiranti dirigenti presentino un piano dettagliato di realizzazione, da giudicare con l’ausilio di strutture adeguate (per esempio con la partecipazione delle università); si costituisce una sorta di società per azioni tra l’ente committente (nel nostro caso il Comune) ed i vincitori del concorso, futuri dirigenti. Questi saranno retribuiti con uno stipendio tanto basso da non allettare granché, e con la partecipazione agli utili procurati alla società, un po’ come già avviene col meccanismo delle stock option. I dirigenti in questo modo, non potranno che essere competenti per ciò che riguarda il loro lavoro visto che hanno dovuto presentare il piano di realizzazione, e saranno motivati a rendere efficiente il servizio o i beni prodotti perché dal questa efficienza trarranno il proprio profitto. Anche il resto del personale potrebbe essere coinvolto nella gestione con meccanismi simili.

Ecco quindi che, con metodi analoghi a quello che vi ho mostrato, la si finisce di pagare cifre esorbitanti per appalti che danno un risultato utile per la società sempre povero, sempre costosi, e sempre in ritardo (per istituire una gara d’appalto sono necessari circa 40 giorni, mentre se esistesse un gruppo proprio di lavoro questi tempi morti non ci sarebbero). I cittadini di una città che mi è cara sanno che è stata spesa una somma vicina al milione di euro per una nevicata “inattesa”... 

Inoltre l’uso di strutture pubbliche per creare lavoro e beni/servizi permette di produrre ciò che effettivamente serve alla società e non, come non di rado accade, prodotti che sono persino dannosi, permetterebbe, se opportunamente pianificate le attività, anche una funzione calmierante, introducendo finalmente la concorrenza nel regime economico liberista, che la sbandiera tanto e non la rende applicabile.

Il problema resterà comunque la valutazione del prodotto/servizio. Spesso per le opere pubbliche non c’è un mercato che punisce o premia, occorre che siano proprio i cittadini a valutare. Occorre quindi pensare che l’amministrazione pubblica non è un fatto che riguarda solo gli amministratori eletti, ma è qualcosa che si compie con una partecipazione attiva e consapevole dei cittadini. Non ci può essere né democrazia, né una buona organizzazione sociale, senza partecipazione e controllo.

Gli aspetti “minori” della vita pubblica.

Certamente non sono assenti, nei programmi elettorali, i temi dell’ecologia (tanto di moda), della viabilità (sempre un problema), e di tante realizzazioni legate alle peculiarità del posto.

Sarebbe il caso di poter vedere una volta tanto una certa lungimiranza. Le scelte vengono tutte effettuate per l’immediato, così il futuro sarà per forza di cose impegnato a dover “sistemare” e “riqualificare” l’ambiente per riparare alle scelte fatte in passato.

Comincio con l’ecologia, la parte che mi sta più a cuore.

Sarebbe interessante se gli amministratori fossero in grado di notare che la natura farebbe benissimo a meno della nostra esistenza e che è proprio la nostra esistenza a perturbare gli equilibri.

Così, prima di pensare di introdurre nuovi metodi, con nuove spese e magari anche nuovi danni, cioè prima di pensare di mettere i pannelli solari ovunque, di cambiare tutta l’illuminazione cittadina etc..., sarebbe bene analizzare le modalità di realizzazione di ogni nuova opera.

Sul fronte del risparmio energetico non si pensa che un uso razionale dell’energia è molto più efficiente dell’installazione di nuovi apparecchi, che devono essere prodotti e per la cui produzione occorre spendere energia. Ditemi, secondo voi, esiste qualcuno che si dà da fare per calcolare quale debba essere la situazione globalmente più energeticamente conveniente?

Io ho l’impressione che dietro scelte di questo tipo, oltre alla buona volontà di coloro che aspirano ad un domani più razionale, ci siano dei forti interessi economici che perturbano il giudizio.

Una delle grandi catastrofi annunciate sembra essere l’aumento della CO2, questo ha messo in moto, in tutta una parte del mondo, un meccanismo di finanziamento ad attività private con la finalità di ridurre l’apporto di questo gas. Ma la costruzione di questi meccanismi passa per un aumento, spesso non indifferente, del consumo di energia e quindi, per il modo che abbiamo di produrre energia, altra CO2.

Non viene invece proposto nulla che non sia legato alla produzione industriale, cioè un nuovo uso dell’energia legato alle piante (persino gli scolaretti delle elementari sanno della fotosintesi) e soprattutto vedo molto osteggiato un uso diverso dell’energia.

Mi fa pensare molto male il fatto che sembra che sia più importante produrre nuove automobili a bassa emissione di CO2, piuttosto che avere il numero di alberi sufficienti a smaltire quella prodotta.

A nessuno viene in mente che, in tema di sfruttamento dell’energia solare, considerando l’efficienza della conversione da energia solare in energia chimica della fotosintesi come il 4% circa, un alberello con poco più di un migliaio di foglie (una superficie di circa 3-4 m2) corrisponde ad un pannello solare da 1 m2 ad alta efficienza? E senza il bisogno di dover essere smaltito tra una ventina d’anni... Certo che però un pannello fotovoltaico l’energia la dà subito (e sulla produzione di pannelli fotovoltaici c’è tutto un mercato...), mentre per sfruttare quella accumulata dall’albero occorre attendere... 

E soprattutto a nessuno viene in mente che, se non governata dissennatamente, una società ha una vita incommensurabilmente superiore al misero decennio che in genere si considera...

Inoltre il problema del riscaldamento globale sta nascondendo (e non so con quanta buonafede) un più immediato problema di microclima. A causa, per esempio, dell’uso del riscaldamento e condizionamento in aree densamente popolate e con un clima non freddo, in alcune zone si è avuto un aumento locale della temperatura media invernale che causa danni ben peggiori di quelli dovuti al riscaldamento globale, visto che una entità del genere, per fortuna, è ancora ben lontana dall’essere raggiunta su scala planetaria.

Ci sono località dove si hanno problemi di microclima che potrebbero benissimo essere evitati. Dovrebbe essere compito delle amministrazioni locali limitare l’uso del riscaldamento, sia per il risparmio energetico, sia per evitare il surriscaldamento locale; non mi risulta che nei locali pubblici venga fatto rispettare un limite di temperatura adeguato e che si facciano controlli anche sul consumo globale di combustibile. Forse non è tempo perso far notare che il consumo energetico non è lineare con la temperatura, l’innalzamento di un singolo grado di temperatura, quasi inavvertibile, può richiedere molta energia in più.

Ci sono poi città, spesso di grande estensione, il cui suolo è stato completamente impermeabilizzato, semplicemente perché nessun progettista si è neppure posto il problema. Così l’acqua non può essere assorbita dal terreno; questo provoca una aridità locale e prosciugamento delle falde nella zona. In queste stesse località ovviamente mancano “aree verdi” con la capacità di rimettere in ciclo l’acqua e con la capacità di assorbire il biossido di carbonio che adesso tanto si teme.

Mi piacerebbe che coloro che pensano di realizzare nuove costruzioni, e che dicono di pensare al risparmio energetico, prendessero in considerazione anche il costo energetico delle nuove realizzazioni. Mi piacerebbe anche che costoro considerassero che produrre cemento, così usato e strausato anche e soprattutto a sproposito (pensate per esempio al modo di intervenire per “sanare” situazioni ambientali: le frane vengono a priori “curate” con muri imponenti), implica un consumo in calore necessario a produrlo per niente indifferente... 

E poi fa ridere, ma del solito riso al fiele, sentir parlare di realizzazione di grandi strade che fanno risparmiare carburante... E che, oltre a distruggere l’ambiente naturale, consuma molta più energia di quanto quell’opera farà risparmiare in tutta la sua vita.

Io penso che debba essere compito dei gestori di una società considerare a come usufruire dell’eredità lasciateci dagli antenati e come trovare il modo di lasciare ai posteri un mondo vivibile.

Viabilità.

Tra le varie voci dei programmi elettorali è sempre presente la viabilità, si parla delle singole realizzazioni, ma nessuno propone veramente una diversa visione.

Per tutti il compito della regolamentazione della viabilità deve essere quello di fluidificare il  traffico, rendere cioè il flusso di vetture sempre più veloce per permettere la circolazione di più vetture nell’unità di tempo.

Io invece penso che il compito di questi regolamenti debba essere quello di favorire lo svolgimento delle normali attività umane. 

Innanzitutto compito dei regolamenti deve essere quello di evitare il più possibile gli incidenti, deve essere quello di evitare l’asservimento delle attività delle persone alla circolazione e deve servire a tutelare l’ambiente in cui vivono le persone.

Per la riduzione degli incidenti si dovrebbe avere un approccio del tutto diverso da quello attuale.

Nessun regolamento per la circolazione delle automobili prevede di dare la precedenza alle vetture che non hanno la migliore visibilità, così chi proviene da una strada in situazione di scarsa visibilità, nonostante gli specchi quasi inutili, deve azzardare l’ingresso, mentre basterebbe una segnaletica che tenga conto di questo.

L’utilizzo di strade di grande scorrimento, quelle per intenderci con il diritto di precedenza, porta ad una velocità sostenuta ed obbliga chi proviene da altra strada a compiere manovre a rischio. Per evitare questa situazione è stato introdotto l’uso delle rotonde; ma queste invece che essere intese come mezzo di ausilio per il  traffico sono diventate occasioni di sperpero di denaro pubblico con opere in muratura, fontane, sculture ed altro... 

Poi per pianificare la viabilità occorre soprattutto avere ben presente quale debba essere l’uso ammesso dell’automobile. Nelle nostre città l’automobile ha la stessa funzione che una motocarrozzella ha per l’invalido. Questo uso danneggia la normale vivibilità di una città, soprattutto le nostre, costruite (per fortuna) quando l’automobile non esisteva e quindi del tutto inadatte alla loro circolazione.

L’automobile può essere utile se usata per coprire quegli spostamenti che potrebbero essere difficoltosi, non per essere usata per un centinaio di metri.

A questa situazione le amministrazioni più evolute hanno cercato di porre rimedio con le aree pedonali.

Ma questo approccio non è corretto: vengono stabilite delle aree privilegiate, spesso scelte per un uso che non è la normale attività, ma quella del passeggio per diporto, invece di tutelare il normale svolgimento della attività umana cittadina, quella in cui lo spostamento lo si fa camminando.

Anche in questo caso i più lungimiranti cercano di porre rimedio, per esempio allargando l’area pedonale. Ma questo rimedio è solo fittizio. Poichè non si può impedire ai residenti nelle aree pedonali di far uso dell’automobile, più si allarga l’area e più abitanti vengono autorizzati ad usare l’automobile, ottenendo così proprio l’effetto opposto a quello che si desidera.

L’approccio dovrebbe essere quello di stabilire, nella città, i percorsi pedonali, ovvero quasi dappertutto in città, ed i percorsi autorizzati alle automobili, cioè soltanto determinate strade che portino fuori. Si dovrebbe identificare delle micro zone con accessi regolamentati, con lo scopo di evitare il pericolo da traffico automobilistico, e poter lasciare i bambini liberi. 

Una frequenza ammessa dovrebbe essere di 2 accessi al giorno, per auto, gratuiti; accessi a pagamento in crescita esponenziale di prezzo con la frequenza. Così chi ha fretta almeno ripaga la comunità del fastidio che provoca.

In poche parole in città il modo di muoversi è a piedi o al più con mezzi a propulsione umana, cioè pattini e biciclette... Con l’automobile è solo consentito uscire e rientrare, muoversi solo per situazioni di emergenza. Il comune dovrebbe istituire il servizio, a pagamento, di trasporto delle merci nelle aree protette dal traffico.

La vita sociale.

Una città deve non solo permettere, ma favorire il più possibile una vita sociale a dimensione d’uomo.

Già il rendere una città vivibile con i tempi dettati dalla deambulazione e non dalla velocità delle automobili porterebbe le persone a conoscersi e magari a socializzare, come era abituale nei tempi passati (e di cui ho perfetto ricordo).

Occorrerebbero poi anche delle strutture pubbliche di socializzazione, sottraendo questa funzione ai centri commerciali che se ne sono appropriati, ovviamente canalizzando il desiderio di incontrare persone alle loro esigenze di vendita...

Si fa un gran parlare della delinquenza spicciola, già cavallo di battaglia di molte amministrazioni di destra, che propongono la repressione come mezzo per limitare questa piaga sociale.

Questo tipo di delinquenza è proprio generata dal tipo di organizzazione sociale che essi impongono: una società basata sull’avidità infinita (assioma delle teorie del liberismo economico) e del vedere ogni altra persona come competitore e nemico (altro assioma di quelle teorie).

Per combatterla, oltre che evitare che si generi, occorre che vi sia un controllo che si può avere soltanto con la cooperazione tra le persone e la solidarietà sociale. Il controllo avviene perché in questo modo le persone si conoscono personalmente ed in questo contesto è difficile per il delinquente operare. Per esempio, conoscendo la famiglia che abita di fronte a casa vostra vi stupireste di vedere un camion dei traslochi se sapete che il vostro vicino non deve traslocare...

Non sarebbe nemmeno male se la pubblica amministrazione si occupasse delle piccole esigenze della popolazione e non lasciasse troppo spazio allo sfruttamento di queste esigenze da parte di privati. Un esempio per chiarire: siamo in un periodi di estrema recessione economica, moltissimi nuovi poveri sono costretti, per vivere, a vendere i gioielli ereditati; si vedono dappertutto negozi di compravendita di oro. Sarebbe così oneroso per un comune dare un servizio onesto di questo genere? Oppure, visto che morire costa mediamente 7000€, non sarebbe il caso di ripristinare un servizio funebre pubblico? Come pure un servizio pubblico di piccolo (o meno piccolo) credito.

Ma questi non sono che esempi, che sarà molto difficile che vengano alla mente dell’amministratore. 

De minimis non curat praetor.

Questo è un ottimo indizio di pessima amministrazione.

La differenza tra una corretta amministrazione ed un cattivo comportamento degli amministratori consiste proprio nell’attenzione alle necessità dei cittadini.

A volte una amministrazione, per quanto possa essere attenta ai bisogni della popolazione, non riesce assolutamente a soddisfarne i bisogni: non sempre ciò che si desidera è realizzabile, e non sempre ciò che andrebbe fatto si riesce a fare, a volte mancono le risorse, a volte esistono spinte sociali contrastanti tra cui è difficile districarsi.

Ma proprio dalle piccole cose si capisce qual è l’attenzione che gli amministratori hanno verso i cittadini.

Per le piccole cose non occorre spendere patrimoni, non occorre contrastare grandi poteri. Se le piccolezze non vengono fatte, significa proprio che a chi non le fa delle esigenze delle persone non può proprio fregargliene di meno.

E non è una scusante, anzi è una forte aggravante il non pensarci, perchè è proprio compito di chi amministra il dover pensare ed il dover prevenire le necessità di coloro che nel territorio mal amministrato ci vivono.

In una delle città che più frequento si è persino verificato un fatterello, all’apparenza stupido, ma molto indicativo della mentalità che pervade l’amministrazione e che mi ha fatto pensare che una delle preoccupazioni di una certa amministrazione è quella di limitare la mobilità delle persone, perché dà proprio fastidio. Alla circolazione delle vetture ed al decoro cittadino. Così dappertutto ci sono delle barriere per contenere il movimento pedonale. 

 

Tra queste, una barriera che impedisce, per proteggere una aiuola di un metro di larghezza, di poter andare diritto verso la stazione ferroviaria, in una città dove la quasi totalità delle famiglie ha almeno un pendolare. Se siete mai stati pendolari non potete non sapere che spesso i treni, che non ci sono ogni pochi minuti, si perdono per pochi secondi. Ora, a rischio di mettere in pericolo la discendenza e la correttezza dei rapporti coniugali, molti ragazzi cercavano di passare tra una barriera e l’altra. E qual è stata la risposta dell’amministrazione? Costruire un percorso rettilineo rinunciando a 2 m2 di aiuola e venire incontro alle esigenze dei pendolari? Siete fuori rotta. Sono state messe delle catene per impedire che le mogli o le fidanzate debbano risentirsi dell’avventatezza di quelli che hanno troppa fretta di prendere il treno...

 

L’antipolitica.

Questa visione molto miope di chi vede l’amministrazione non come un dovere verso la società, ma come mezzo di accrescere il proprio prestigio, se non il proprio potere, ha, diciamo pure la parolaccia (quando ci vuole, ci vuole!), fatto incazzare i cittadini, col risultato di generalizzare, e considerare anche tutti coloro che invece cercano di opporsi a questa situazione, dei correi del potere. 

Mi sto convincendo che questa è una mentalità che si cerca di attizzare allo scopo di poter conservare il proprio potere. Consapevoli del fatto che, chi ha una mentalità propensa all’approfittare della situazione, attribuirà la stessa mentalità a tutti, trovano il terreno adatto per far credere che tanto sono tutti uguali... 

Inoltre anche chi non ha questa mentalità, ma cerca di riuscire a cambiare l’organizzazione sociale, viene spinto a considerare gli altri, che non hanno gli stessi pensieri, come nemici.

Col risultato che alla fine, chi ha la mentalità dell’esercizio del potere trionfa perché il potere stesso è uno strumento di aggregazione, mentre chi ad esso si oppone viene isolato in visioni di partito a volte troppo ristrette. 

Trovo sempre criticabile l’affrontare i problemi sempre in una visione ristretta, cioè da un punto di vista particolare. E, secondo un particolare punto di vista, chiunque ha ragione.

Noi, popolazione ed ambiente, costituiamo un sistema, gli interventi devono essere studiati da un punto di vista di insieme, considerando l’intero sistema e non un particolare alla volta.

Col voto ultimamente si sono lasciate alla destra, totalmente e dichiaratamente a favore dei grandi poteri, la gestione di intere regioni (ultimamente Piemonte e Molise), col risultato di dover condurre le battaglie per una visione più umana dell’organizzazione sociale contro chi ci è nemico e non verso coloro che invece potrebbero avere con noi almeno qualcosa in comune.

Più volte ho affermato che la democrazia rappresentativa, in una nazione che non sia, come territorio e come popolazione, a “misura d’uomo”, non è più democrazia.

L’unico modo allora è avere degli strumenti di controllo sull’operato di chi governa. Ma non soltanto questi strumenti sono molto poveri e del tutto inadeguati, ma l’esercizio del potere, sempre più senza controllo, fa in modo, per autoconservarsi, di eliminare il più possibile gli strumenti di controllo. Si sta esautorando persino la magistratura.

Per ovviare, occorre la partecipazione diretta alla gestione. Una amministrazione comunale è ancora tale da consentirla. Con la partecipazione diretta è possibile controllare come verranno effettuate le opere pubbliche e come verrà amministrata l’economia pubblica.

Perchè non è tanto importante il cosa si fa, ma il come lo si fa ed il perché lo si fa.