[VS 6] Ci cerchiamo una forma di governo che sia effettivamente dalla parte della popolazione?

N.B. Questo scritto non è completo: la parte finale è solo un abbozzo, inoltre anche la organizzazione della stesura deve essere rivista. Aspetto però di completare argomenti con maggiore priorità.

Viviamo in un regime sociale denominato “democratico”. Questo farebbe supporre che, essendo tutti noi parte del popolo (e come tali avendo il controllo del governo della società stessa) dovremmo essere soddisfatti di questo regime.

Io invece credo che la “democrazia” in cui viviamo sia ben lontana dal rappresentare una forma di governo quantomeno accettabile ed ho spesso espresso la mia opinione su questo aspetto affermando che “democrazia” non significa potersi scegliere chi comanda. Sempre ammettendo che la scelta sia effettivamente una scelta.

La mia considerazione iniziale è che ciò che dovrebbe interessare è trovare delle forme di organizzazione sociale che siano rispettose delle esigenze della popolazione, piuttosto che discutere di forme di partecipazione dei cittadini all’organizzazione sociale ormai consolidata... Ma poiché la stupidità sociale quasi sempre non dipende da errori di ragionamento, ma dal fondare ragionamenti corretti su basi improprie, voglio proprio toccare questo tabù.

Quindi il punto di partenza non è “democrazia sì o no”, dittature varie od altro, ma cercare, seppur in via ipotetica, quale possa essere una organizzazione sociale soddisfacente; il concetto “soddisfacente” deve essere riferito alla reale popolazione in una situazione sociale reale, con le sue storture.

Senza entrare troppo in dettagli, ciò che veramente interessa ciascuna persona che faccia parte della società è avere la libertà, piuttosto che la partecipazione al governo, soprattutto se questa partecipazione si rivela fittizia.
Detto così il concetto è molto vago, lo si deve ammettere, anche se spesso si parla proprio in questi termini. “Libertà” è la stesso concetto per tutti?

Molti regimi sono crollati non perché non c’era libertà di espressione, ma perché mancavano oggetti del desiderio di quelli più ovvi. Mentre regimi assai poco rispettosi del bene sociale, e della diffusione di pensiero alternativo, prosperano per il fatto che permettono il soddisfacimento di desideri (spesso artatamente creati) e percepiti dalle persone come proprie libertà personali. Molti, proprio a causa di una visione siffatta della libertà, hanno vissuto con sufficiente soddisfazione in regimi autoritari e per certi aspetti liberticidi.
Questo perché il concetto di libertà è strettamente collegato al concetto di desiderio e, se non si ha il desiderio di avere una società migliore, non si sente alcuna restrizione nel modo di vivere; in compenso la mancanza di soddisfazione di piccoli desideri può condurre alla caduta di regimi.

Emerge allora la necessità di dover considerare “quale” libertà considerare. Farlo adesso porterebbe ad un livello di complicazione tale da rendere poi inutile qualsiasi tentativo di ricerca di una soluzione. Così, in questa discussione, si seguirà questo approccio euristico: come regola semplice di considerare la limitazione di libertà, si usa il principio di reciprocità, ovvero: “non fare ad altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”; consapevole del fatto che  esistono visioni della vita a volte incompatibili tra varie persone che possono rendere inapplicabile questo principio (pensiamo, per esempio, ai masochisti).

Nelle considerazioni che verranno esposte, in un primo momento si considererà che sia possibile non scontentare nessuno; poi, poiché ciò non sarà possibile, si considererà chi dovrà essere scontento e perché.

Il potere.

Il fatto che un tale concetto (la libertà di ciascuno finché non dannosa per altri) escluda l’esercizio del potere è un corollario: chi ha il potere prevarica e quindi va contro questo principio. Se così non fosse non sarebbe così di moda sentire parlare di “casta”.

So comunque per certo che per larghi strati della popolazione l’esercizio del potere non è percepito come dannosissima prevaricazione; ma, per antica educazione, esso viene equiparato alla autorità e sentito come un aspetto necessario della vita sociale.

Spesso, nelle mie discussioni mi son sentito rispondere frasi del tipo: “ma così si va verso l’anarchia”... Frase che potrebbe avere un senso solo se si confonde il potere con l’autorità. E questo assimilarli nello stesso concetto di potere l’ho notato anche in persone socialmente consapevoli. Del resto da millenni l’educazione popolare ha identificato i potenti come i garanti della struttura sociale.

Invece è estremamente importante chiarire i concetti di potere e di autorità.

Qui “potere” si intende la possibilità che ha una persona, o un gruppo di persone o particolari associazioni, di manipolare le strutture sociali a proprio vantaggio (o secondo il proprio pensiero, il che è lo stesso). E questo nei vari campi delle attività sociali, per cui abbiamo un potere economico, uno politico ed anche uno culturale. 

Le autorità dovrebbero invece essere persone e strutture che hanno un potere molto limitato ed in campi specifici, e soprattutto il loro potere dovrebbe essere controllato da strutture superiori o parallele.

Molti, anche se distinguono tra potere ed autorità, sono benevoli verso chi esercita il potere, riconoscendo a quest’ultimo un certo ruolo positivo; io invece trovo evidente che l’esercizio del potere, anche se appoggiato dal consenso popolare, sia comunque dannoso: non solo perché il consenso potrebbe essere acquisito in molti modi, ma soprattutto perché chi ha potere comunque toglie alla popolazione la possibilità di scelta di soluzioni eventualmente migliori.

Non potendo adesso dedicate troppo tempo a questo argomento, confido in chi legge: se chi legge è convinto dell’utilità sociale del potere non riuscirà a comprendere il motivo di questo scritto. Ma spero che il voler evitare il potere sia condiviso da tutti.

Un primo aspetto è dunque chiaro: l’organizzazione sociale che cerchiamo deve essere tale da impedire il formarsi di situazioni in cui persone o gruppi di persone siano in grado di determinare, per loro volere, secondo i loro desideri, particolari situazioni sociali, secondo il potere che esprimono.

Il governo per rappresentanza non pone limiti al potere.

Tutte le strutture sociali attualmente esistenti, ed intendo proprio tutte, sono basate su strutture piramidali di gestione del potere, anche (e mi viene da aggiungere soprattutto) i sistemi ad elezione di rappresentanti, dove oltretutto questa struttura viene mascherata.

Il sistema gerarchico piramidale deriva dall’organizzazione militare. La sua stabilità è a tutta prova: il livello superiore della gerarchia garantisce al livello inferiore il controllo di tutti i livelli sottostanti; ogni livello gerarchico è caratterizzato da una quantità di potere tale da non costituire una minaccia per il livello superiore, ma tale da poter agevolmente controllare i livelli inferiori.

Le elezioni a suffragio universale dovrebbero attenuare il potere dei vertici, creando una modalità di controllo in cui la base della piramide (cioè la popolazione), nella sua globalità, e nell’occasione delle votazioni, riesce a controllare il vertice della piramide per mezzo della perdita di consenso. Ma come sappiamo esistono diversi sistemi in grado di aggirare questo controllo, a cominciare dal populismo. È facile constatare che, per esempio nel regime in cui viviamo, si compiano continuamente delle scelte “populiste”, assolutamente in contrasto con gli interessi a lungo temine della società e favorevoli invece ad una fruizione diretta ed immediata delle risorse che vengono sottratte a chi ha meno potere, a cominciare dalle generazioni future... come mangiarsi l’uovo oggi senza pensare che domani sarà una gallina che potrà dare origine ancora a galline ed uova...

E per evitare critiche, fattibili solo da una popolazione consapevole, si fa in modo di tenere la popolazione in condizione di imbecillità sociale usando diversi metodi, per primo relegando l’insegnamento al ruolo di preparazione per il lavoro ed evitando un acculturamento generale.

E poiché il metodo di tenere la popolazione nell’ignoranza è in auge da sempre (non dimentichiamo che fino ad epoca relativamente recente soltanto i prelati potevano leggere i libri sacri, per esempio il Vangelo), la mentalità sociale e culturale media della popolazione non può essere che estremamente bassa. 

Oltre al fatto che esistano metodi come il populismo per ottenere il consenso e conservare il potere, il sistema a rappresentatività presenta altri non indifferenti difetti che dimostrano come tali sistemi siano ben lontani dall’essere democratici nel senso proprio del termine.

Essendo infatti la votazione un sistema di controllo globale, emerge subito il primo grande difetto del sistema elettorale: solo le maggioranze vengono tutelate.
Inoltre, e questa è la parte peggiore di questo aspetto, alla maggioranza, o anche alla stragrande maggioranza può assolutamente andar bene che i diritti fondamentali di più o meno ristrette minoranze possano essere ignorati (o peggio).

Questo aspetto è aggravato dell’esistenza dei partiti politici. Infatti il fenomeno potrebbe essere mitigato dal fatto che, negli innumerevoli aspetti della vita, ogni persona, a seconda dell’occasione, può far parte sia di minoranze che della maggioranza. Ma i partiti politici, proprio per la loro funzione, aggregano le opinioni degli aderenti non ai singoli aspetti del vivere in società, ma secondo una visione globale della società e della sua evoluzione. Quando ovviamente esiste una tale visione.

E questo poteva essere adeguato quando i partiti seguivano ed anzi erano plasmati da una visione totalitaria delle grandi ideologie da cui derivavano. Adesso, mancando per tutti i partiti una ideologia di riferimento, il riferimento (ma sempre totalitario) è il pensiero emergente del gruppo dominante del partito, che tende a rappresentare le idee dei propri capi e non degli elettori, fenomeno ampiamente dimostrato dai fatti.
Agli elettori verranno presentate giustificazioni di ogni genere sulle discordanze tra le idee che dovrebbero essere rappresentate e quelle messe in atto. Finché la consuetudine darà dignità di idea al comportamento dissonante. Ed anche questo è stato ampiamente sperimentato. Alla fine un partito viene ad avere senso solo se è un piccolo partito, con tutti i suoi afferenti che grosso modo la pensano allo stesso modo.

Le minoranze (e notate che tutti facciamo parte di qualche minoranza),  le cui necessità sono disattese, come possono far valere le loro ragioni? In un sistema rappresentativo del genere descritto, non possono. Se non con la rivolta o a meno che non abbiano sufficiente potere da dare fastidio. La perdita di consenso, anche generalizzata, come dimostra la situazione attuale in molte nazioni europee, non è sufficiente a cambiare la situazione.

Ma la lista dei difetti macroscopici di questo sistema falsamente democratico sembra non esaurirsi mai...

Già il sistema è antidemocratico, ma almeno esso è in grado di ottemperare a esigenze di una corretta rappresentatività, cioè:

  1. in questo sistema, può l’elettore essere in grado, per mezzo del suo rappresentante, di orientare secondo le sue esigenze la politica di governo?
  2. può l’elettore avere la garanzia che il rappresentante veramente operi a favore di chi è rappresentato e che egli non usi per altri scopi il mandato che gli è stato concesso?
  3. può chiunque, in grado di essere persona capace di partecipare al governo, essere in condizioni di partecipare all’elezione?
  4. è in grado questo sistema di fare in modo da favorire rappresentanti eletti tali da essere persone capaci di partecipare al governo?

Per ciò che riguarda la prima questione, lo scegliersi un rappresentante non dà a chi sceglie la possibilità di far valere la propria opinione, se non a grandi linee. Una volta era la scelta ideologica che dava questa garanzia, adesso, forse proprio perché l’ideologia è una delle migliori forme di controllo dell’operato di coloro che ad essa si rifanno, è stata quasi del tutto accantonata.

Nelle piccole realtà sociali l’elettore spesso conosce personalmente il suo rappresentante, e, in linea di principio, può avere la possibilità di comunicargli il suo pensiero; quando invece l’elettore ed il suo rappresentante non si conoscono reciprocamente, e questo capita nella quasi totalità delle situazioni, l’elettore non è in grado di comunicare in modo diretto le proprie idee; è del tutto impensabile che un deputato, per esempio, possa ascoltare o leggere le opinioni delle diverse migliaia di elettori.

Per ciò poi che riguarda la fiducia nella persona deputata a rappresentare altre persone è pura stupidità: è impossibile che ogni elettore possa conoscere il proprio rappresentante a tal punto da potere avere in lui la necessaria fiducia.

Per quanto riguarda la questione delle opportunità di poter diventare rappresentanti, non tutti i candidati hanno le stesse possibilità di farsi conoscere e quindi di poter essere eletti.
È ciò che capita, per esempio, a chi è un immigrato, non conosciuto e verso cui spesso c’è diffidenza, a chi compie un lavoro tale da non avere molti scambi con altre persone, come per esempio i ricercatori. Sono invece favoriti coloro che svolgono attività a contatto con la gente, come per esempio i commercianti ed i professionisti.

Sono anche, ovviamente, favoriti i potenti, non solo molto conosciuti, ma anche in grado di far pensare a molti elettori di poter ricevere da loro favori vari...

Insomma, non tutti, in un sistema a rappresentatività hanno le stesse  opportunità.
Il che significa che già in partenza questo sistema tende a favorire i potenti o determinate categorie di persone, il che si traduce in una visione politica risultante orientata alle esigenze di particolari classi sociali.

Ma almeno, il sistema a rappresentatività è in grado di favorire il formarsi di una classe dirigente effettivamente capace di governare?

Agli inizi del secolo scorso uno dei motivi a favore del meccanismo della rappresentatività era proprio questo. In una popolazione il cui livello culturale era bassissimo, coloro che erano più conosciuti (o che godevano di maggiore “visibilità ”, come si direbbe oggi) erano quasi inevitabilmente persone con un livello culturale superiore al livello culturale medio della popolazione.

Adesso questa ragione non è più assolutamente valida, il livello culturale degli eletti non è diverso da quello degli elettori; il rappresentante non può che condurre una attività che sia comprensibile ed apprezzabile da parte dell’elettorato, senza poter sperimentare strade innovative e per questo di difficile comprensione.
Per questo motivo un rappresentane eletto non potrà mai essere un vero innovatore: se lo fosse non verrebbe capito dalle persone del suo bacino elettorale e non sarebbe mai eletto.

Quando la società era stabile questo non era un difetto; adesso con la società in continuo mutamento, la sperimentazione di soluzioni anche inusuali può essere una necessità.

E poi avere un regime che segua i desideri della popolazione non è assolutamente corretto.

La pianificazione sociale, attualmente strettamente necessaria per la società, non è culturalmente alla portata nemmeno di persone dalla cultura enciclopedica e dalla intelligenza e creatività a livello dei geni della scienza, figuriamoci se è alla portata della cultura e della mentalità media popolare, cioè la mentalità di un rappresentante, che come abbiamo visto, non può discostarsi troppo da quella dei suoi elettori.
È come fare amministrare la propria casa ad un bimbo di neanche tre anni...

La vita sociale, e per vita sociale intendo non solo quella attuale, ma anche e soprattutto quella che riguarderà le future generazioni (che non hanno il potere di far rispettare le proprie esigenze), è di una complessità che secondo me va anche ben oltre ciò che normalmente pensano i sociologi.

Essa costituisce un sistema cioè un insieme di vari processi correlati, intendendo per processo lo svolgersi secondo regole di varie situazioni che interessano le persone singole, le associazioni, le strutture sociali, l'interazione tra queste e l’ambiente in cui svolgono...

Ma la descrizione e soprattutto il controllo di questo sistema purtroppo viene fatto usando modelli rozzi e completamente inadeguati, che spesso sono solo ed esclusivamente relativi all’aspetto economico, ed oltretutto con una visione dell’economia completamente parziale. Questa superficialità caratterizza anche la visione non economica della società, proprio perché mancano studi adeguati, così la valutazione non può che essere effettuata con una estensione temporale di pochi anni, mentre per il mantenimento, e magari anche per il benessere della società, occorre avere una visione di generazioni di persone: le risorse su cui vivere non sono certamente infinite (come invece hanno cercato di convincerci gli economisti americani). Inoltre vanno considerate anche le esigenze di chi non ha potere (oltre alle generazioni future, non dimentichiamo che nel mondo ci sono persone che muoiono di fame e che potrebbero invece vivere degnamente se la nostra organizzazione sociale fosse diversa da quella che è).

Ancora un altro aspetto negativo e non secondario del sistema rappresentativo: l’aspetto economico della vita sociale viene ad essere falsato e finisce per coincidere con la visione delle classi dominanti; il rappresentante delle classi economicamente più disagiate, per il solo fatto di essere stato eletto e di rappresentare delle decine di migliaia di persone, acquisisce potere ed una situazione economicamente florida, così cessa di appartenere a quella classe di cui dovrebbe difendere gli interessi per entrare a far parte della classe di coloro che esercitano il potere. A meno che essi non siano stati eletti appunto per essere espressione del potere dominante. Ed infatti l’esperienza lo dimostra ampiamente.

Così si viene a creare il paradosso per cui un partito, soprattutto se questo partito dovrebbe essere a favore della popolazione, finisce col non rappresentare il suo elettore; e poiché l’aspetto economico è molto importante, il comportamento dei rappresentanti diventa più distante dalla classe che dovrebbe rappresentare della distanza di interessi tra elettori di partiti antitetici. Ovvero, per dirla brevemente, un rappresentante di sinistra diventa più distante dai suoi elettori che un elettore di sinistra da uno di destra, proprio perché, col fatto stesso di essere rappresentante, appartiene a tutt’altra classe di quella dei suoi elettori e perciò farà gli interessi della classe a cui appartiene. E non penso che siano necessari degli esempi che comprovino questa asserzione. Il rappresentante non rappresenta altro che se stesso.

Mi sembra chiaro che il governo per rappresentatività relativamente ad un gran numero di elettori non funziona già in linea di principio. E dimostratemi, se ne siete capaci, che funziona dal punto di vista pratico. Se dite che funziona è solo perché il confronto viene fatto con forme di governo peggiori.
Insomma il sistema cosiddetto democratico a rappresentatività non è democratico e va bene solo a coloro a cui va bene qualsiasi regime politico. 

Occorre progettare e proporre una struttura di governo sociale che sia effettivamente democratica e che sia in grado di prevenire, per sua stessa costituzione il dannosissimo formarsi di gruppi di potere.

Che forma di governo scegliere?

Secondo le considerazioni fin qui fatte, una forma di governo che sia accettabilmente a favore degli interessi della popolazione, oltre o dover rispettare la libertà individuale nel senso specificato prima, deve dotarsi di strutture di controllo per evitare di essere basato sulle lotte di potere e deve anche essere dotata della competenza culturale in grado di governare l’evoluzione sociale, qualsiasi sia, per il momento, il significato di evoluzione.

Il governo della società deve necessariamente essere costituito da:

  1. Un meccanismo di pianificazione dotato di cultura necessaria per una sufficiente comprensione di tutti i meccanismi che operano sul mondo in cui viviamo e per poter identificare le modalità di intervento.
  2. Diversi sistemi di controllo, affinché non si instaurino situazioni di potere non gestibili.
  3. Un meccanismo di intervento da parte della popolazione per poter offrire a chi lo desidera, e ne ha la capacità, la possibilità di indirizzare il governo secondo le priorità da essa indicata.

Per ciò che riguarda il punto a., occorre creare una struttura pubblica di ricerca scientifica orientata a questo scopo specifico; una struttura, per intenderci, che nulla deve aver a che vedere con il tecnicismo economico imperante, ma che utilizzi, per raggiungere i suoi scopi, la conoscenza di diverse e svariate conoscenze scientifiche: informatica per ciò che riguarda lo studio della gestione di sistemi complessi paralleli ed interdipendenti, scienze naturali, chimica e fisica per la comprensione dell’ambiente, medicina e scienze farmaceutiche per la salute, ingegneria, economia politica...
A riguardo di quest’ultima, un intervento pubblico di finanziamento dello studio potrebbe finalmente mitigare l’uso che si è fatto di questa disciplina come supporto al potere economico...

Se avete notato, non ho fatto menzione della giurisprudenza... Il motivo è quello di evitare di reimmettere uno schema di pensiero già plasmato sulle situazioni esistenti, in una struttura che ha proprio il compito di studiare modalità nuove di legiferazione.

Ritengo fondamentale nel governo sociale la costituzione di un simile organismo; non è proprio possibile lasciare il destino dell’umanità nelle mani di chi nemmeno si rende conto della complessità del governo e che affronta temi cruciali con la maturità propria dei discorsi da bar.

Questa proposta può sembrare lontana dalla realtà, ma solo perché viene nascosto alla popolazione il lavoro che viene svolto dai vari funzionari, per esempio dei ministeri, ed uffici ad essi collegati: a tutti gli effetti sono costoro che preparano le leggi, a cui oltretutto collaborano spesso organismi esterni. Ed è dovuto alla loro opera il vero governo, molto più che ai parlamentari.

Occorre che possa partecipare alla pianificazione anche chi non faccia parte istituzionalmente della struttura ad essa preposta: ciò è assolutamente necessario per due ragioni fondamentali: per evitare “visioni particolari” della situazione sociale, e come organismo di controllo per evitare che la funzione legislativa diventi un meccanismo di potere i cui guasti sociali si possono facilmente immaginare. Soprattutto occorre evitare di affidare la pianificazione del futuro a specifiche categorie di persone.

La vera essenza della democrazia come espressione di forma di governo popolare, più che essere un sistema propositivo delle idee della popolazione all’organismo legiferante (cosa che in una società come la nostra è pressoché impossibile), è proprio la presenza di un meccanismo di controllo che impedisca il formarsi di strutture di potere che deviino le risorse e l’organizzazione della popolazione a proprio favore.

Affinché il sistema di controllo sia funzionante, occorre che le attività di ciascun gruppo siano sottoposte al controllo ed alla autorità di altri gruppi, in modo circolare, cioè in modo tale che non si possa venire a creare una gerarchia di autorità e quindi di poteri: uno stesso gruppo per alcuni aspetti sarà sottoposto all’autorità di un altro gruppo, mentre per altri sarà esso ad avere l’autorità.

Insomma occorre evitare accuratamente il formarsi di strutture gerarchiche di autorità, perché questo porterebbe alla trasformazione inevitabile di autorità in ente di potere, non avendo i vertici alcun controllo. Non dimentichiamo che tutte le società di questo mondo sono nate e si sono basate su meccanismi di sopraffazione e di consolidamento del potere per mezzo di strutture gerarchiche piramidali, di impostazione militare, ed è per questo motivo che le situazioni sociali sono più o meno degradate dappertutto.

Il controllo.

Per riuscire in qualche modo a togliersi da queste situazioni, occorrerebbe la realizzazione di strutture sociali con i compiti:

  •  controllo sul contenuto delle leggi,
  •  criticare e modificare le leggi in corso di emissione,
  •  proposte di leggi,
  •  controllo sulle loro disposizioni attuative.

Il controllo sul contenuto (e sullo spirito) delle leggi è costituito dal poter avere accesso alle informazioni che sono alla base del sistema legislativo ed al lavoro preparatorio degli organismi legiferanti.

Esso è attuato per mezzo di due organizzazioni popolari, la prima riguardante le proposte di promulgazione di leggi e l’accettazione o la ricusazione delle leggi promulgate, la seconda con il compito di controllo delle disposizioni attuative delle leggi e di critica e modifica delle leggi in corso di emissione.

Di queste due organizzazioni farebbero parte tutte le persone interessate e capaci, a seconda del ruolo che si richiede: della struttura di controllo delle disposizioni attuative e di modifica delle leggi in preparazione, farebbero parte persone con competenze specifiche in merito, dato che il loro compito consisterebbe nel giudicare ciò che poi guiderà la vita politica; per ciò che riguarda invece il controllo sui contenuti delle leggi promulgate non occorrerebbe una cultura così approfondita come per il livello precedente.

Si tratta di definire i criteri con cui giudicare l’interesse e la capacità.

L’interesse nella partecipazione in questi organismi deve essere tale che il partecipante deve sentirla come una missione: è necessario cioè che chi partecipa ben percepisca l’importanza sociale di questa funzione; e questo per evitare una facile compravendita delle loro opinioni.

Un corretto metodo di valutazione dell’interesse potrebbe essere il sacrificare a questo scopo parte del proprio tempo; questo sarebbe anche un sacrificio che grosso modo avrebbe la stessa importanza per persone di differenti ceti sociali e di differenti condizioni economiche.

Gli interessati a far parte degli organismi di controllo politico potrebbero essere invitati, per essere ammessi, a dedicare questo tempo alla partecipazione attiva ad iniziative di soccorso sociale non retribuito. Questa attività avrebbe così, per questi candidati, anche la funzione di far conoscere loro la situazione sociale.

La capacità di giudizio, necessaria a svolgere attività politica, è purtroppo più difficile da giudicare in modo imparziale.

Se la situazione scolastica fosse quantomeno decente questo potrebbe essere uno dei possibili criteri di selezione.
Ma mi è capitato di conoscere completi imbecilli tra i laureati e di conoscere uno “scemo del paese” che invece aveva di gran lunga più intelligenza e creatività della quasi totalità della popolazione...

Essendo i due organismi di controllo deputati a due diversi livelli di controllo, l’organismo legiferante deve emettere la documentazione sulla sua attività in due livelli diversi: una documentazione completa ed una a scopo diculgativo.
Sulla comprensione di questi documenti dovrebbe essere basata la partecipazione.
Allora, per selezionare i possibili componenti dei due organismi di controllo (ma anche di proposte di leggi), come criterio di valutazione introdurrei il dover sostenere esami, presso le strutture pubbliche di formazione culturale (come le università), che comprovino la comprensione completa della documentazione divulgativa per ciò che riguarda la partecipazione all’approvazione o ricusazione delle leggi, mentre dovrebbe essere richiesta la comprensione dei lavori scientifici per la partecipazione all’organismo di controllo sulle disposizioni attuative e partecipazione alla preparazione delle leggi.

A questo punto il lettore pensa che qui non si sia detto nulla di propositivo; a mio parere l’indirizzo è chiaro, ma poiché sono dell’opinione che si debba proporre qualcosa di fattibile e di concreto, vi presento dei possibili scenari.

È evidente che in questa proposta manchino le camere dei parlamentari ed i ministeri. Non è certo una dimenticanza, e non viene proposto alcun organismo sostitutivo.

Le attività di regolamentazione dei ministeri saranno alcune delle attività dei gruppi di ricerca di scienza sociale di cui avevo parlato. Le disposizioni per l’attuazione delle leggi e dei regolamenti sarebbero sottoposte all’approvazione (per via telematica) da parte del gruppo di votanti che si sono iscritti (e che sono stati accettati) abilitato alla modifica immediata delle leggi; cioè di coloro che hanno dimostrato di avere una cultura ed una preparazione scientifica adatta al compito. Dato che l’approvazione o le proposte di modifica sarebbero pressoché immediate, la giacenza delle disposizioni non sarebbe più lunga di quanto già non lo sia adesso, una decina di giorni dovrebbe essere sufficiente a dare la possibilità di intervenire.

Questo è inequivocabilmente un meccanismo di controllo diretto sulle attività di regolamentazione della vita sociale.

Per ciò che riguarda espressamente l’attività legislativa, prima della effettiva promulgazione della legge essa sarebbe sottoposta, sempre per via telematica, all’approvazione da parte del gruppo allargato dei votanti, di coloro cioè giudicati idonei a capire e giudicare le leggi. Una permanenza in attesa di giudizio popolare potrebbe essere dell’ordine del mese.

Attività di educazione politica.

Per il corretto svolgimento della vita sociale è necessario che la popolazione acquisisca sempre più la consapevolezza delle relazioni e la comprensione delle situazioni sociali. Questo è un modo per allargare il più possibile la democratizzazione del governo.

Questo ruolo attualmente è esercitato dai partiti politici, i quali, proprio perché sono dei partiti, presentano una situazione sociale filtrata secondo la propria visione e strumenti di giudizio funzionali solo alla visione del partito politico.

Invece questa dovrebbe essere una attività pubblica, regolamentata in modo da favorire lo scambio di idee tra persone, destinando a questo scopo locali pubblici.
Inutile cercare di abolire i partiti, ma è possibile ed è da favorire la convivenza di diversi partiti nelle stesse strutture. Le sessioni di discussione dovrebbero essere a pubblica partecipazione, cosicché ciascuno possa essere presente alle riunioni di altri partiti, in modo da poter acquisire diversi punti di vista.
Nella regolamentazione ovviamente si terrebbe conto della litigiosità... Inutile dire che il finanziamento delle attività politiche sarebbe solo ed esclusivamente destinato alla copertura delle spese di diffusione delle idee: pubblicazione di scritti e congressi.

Queste considerazioni, pur se riguardanti la vita sociale, si possono estendere alla struttura di un partito che volesse veramente essere democratico.

Infatti anche nei partiti è riprodotto lo schema della visione politica per rappresentatività,

Quasi sempre i rappresentanti vengono eletti, e qui, trattandosi di numeri ristretti, la compravendita di voto è molto facile, basta pagare la tessera e qualcosina al numero appropriato di persone.

C’è anche, ed estremizzata, la situazione della quasi impossibilità, per un partecipante, di far conoscere le proprie idee. Infatti solo i capi riescono, nei vari congressi, a parlare; i peones, cioè coloro che non contano nulla, non hanno questa possibilità, o se l’hanno, la hanno solo per un tempo limitatissimo che non dà il tempo di esplicare la propria visione, soprattutto se essa non è usuale.

Come si vede non c’è alcuna necessità di creare una nuova classe di potenti; il controllo delle strutture è semplice e la formazione di partiti avverrebbe sui temi inerenti la legge e non in modo aprioristico e totalitario. (Per inciso faccio notare che, nonostante da più di un secolo i mezzi di comunicazione di massa abbiamo attribuito il significato “oppressivo” alla parola “totalitario”, il vero significato di questa parola è: “si occupa di tutti gli aspetti della vita”).